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mercoledì 31 dicembre 2008

martedì 30 dicembre 2008

The adventures of Priscilla... cambiamenti di sesso nei ciclidi

Mi sento in colpa. Riguardando i post fino ad ora scritti mi sono accorto che non ne ho dedicato neppure uno ai Ciclidi del Lago Malawi. Dovrei sentirmi ugualmente in colpa perché non ho ancora parlato dei Ciclidi del lago Barombi Mbo in Camerun oppure del genere Iranocichla, ma in questi casi il mio ego è più forte. Probabilmente ho trascurato i ciclidi del Malawi perché non allevo più specie di questo lago da molti anni; oppure perché in quanto a comportamenti questi ciclidi mi sembrano molto simili tra loro; o forse perché guardo tutte le specie che non siano del Tanganica dall'alto in basso. Il presunto numero di 1000 al quale secondo alcuni ammontano le specie del lago Malawi scaccia snobismo e giustificazioni varie e mi mette con le spalle al muro. Va bene, avete vinto, cedo.
Il 2008 è stato relativamente avaro per quanto riguarda gli articoli scientifici sui ciclidi del lago Malawi. Potete farvene un'idea guardando la bibliografia di questo sito. È una bibliografia puntuale, ma non esaustiva; per questo post scelgo un articolo che non vi è riportato. Trovate l'abstract qua.
La sessualità nei pesci può essere molto diversa da quella umana. Una persona nasce uomo oppure donna e tale rimane o perlomeno rimaneva fino a quando la chirurgia ed il controllo ormonale non ci hanno messo lo zampino. In gran parte dei pesci invece il sesso non dipende esclusivamente dai cromosomi, ma anche dall'ambiente inteso come ambiente fisico e sociale. Per esempio almeno 14 famiglie di pesci sono ermafrodite. Questo significa che un individuo può avere contemporaneamente ovaie e testicoli funzionanti, questo è l'ermafroditismo sincrono, oppure può cambiare sesso durante la sua vita, e questo è l'ermafroditismo sequenziale. La forma più comune di ermafroditismo sequenziale è la proteroginia (un individuo è dapprima femmina e poi diventa maschio), ma esiste anche la condizione inversa.
Nonostante il cambiamento di sesso delle tilapia mediante somministrazione di ormoni steroidei sia una pratica comune, in natura non è mai stato facile documentare il fenomeno. Per amor di verità la reversione sessuale è scarsamente documentata non solo nei ciclidi, ma in tutti i pesci d'acqua dolce. Il problema sta nel fatto che identificare il sesso di un pesce unicamente dalla livrea può indurre in errore. Lo sanno gli acquariofili che hanno allevato femmine di Melanochromis auratus che mostravano colorazioni maschili. Sembravano maschi, ma erano indubbiamente femmine. Eppure i ciclidi mostrano caratteristiche che lasciano pensare che i cambiamenti di sesso in natura avvengano: presenza di oociti nei testicoli, maschi di grandi dimensioni contrapposti a femmine di ridotte dimensioni, percentuale superiore di femmine rispetto ai maschi... Nulla di strano per un gruppo di pesci che viene generalmente collegato al gruppo dei Labroidei, sottordine che include ciclidi, labridi, pomacentridi ed embiotocidi, dove cambiare sesso è normale quanto cibarsi. Ora non mi soffermo sul fatto che l'inclusione dei ciclidi nel gruppo dei Labroidei appaia dubbia, ma chi è interessato alla questione può leggere questo articolo liberamente scaricabile.
Nonostante le premesse, fino ad ora solo tre ciclidi si sono rivelati proterogini al di là di ogni dubbio: Crenicara punctulata, Satanoperca jurupari e Maylandia cf. livingstonii dell'articolo in questione. Per chi fosse alla ricerca di qualche riferimeno bibliografico ecco i link per le prime due specie: Crenicara punctulata, Satanoperca jurupari.

Maylandia lanisticola in acquario, una specie molto simile a M. livingstonii. Fotografia di Fabio Callegari ripresa dal forum AIC

Tornando al Malawi il cambiamento di sesso in M. livingstonii è stato indotto sperimentalmente mediante la preparazione di piccoli acquari divisi in due scomparti da una lastra di plexiglas . In uno stava un maschio, mentre nell'altro tre femmine. Dopo circa un mese il maschio veniva rimosso. In un caso su otto una femmina ha sviluppato caratteristiche maschili ed ha fecondato le femmine rimaste. Un secondo genere di esperimenti ha previsto l'allevamento di gruppi di femmine prive di maschi. Anche in questo caso un individuo ha mostrato un deciso cambiamento di colorazione e di comportamento ed in seguito ha fecondato alcune femmine.
Fenomeni del genere sono comuni nei pesci marini dove in molte specie i maschi hanno vita breve, soprattutto se mostrano colorazioni vivaci e perciò ben visibili ai predatori. È ormai provato che perché il cambiamento di sesso possa avvenire è necessario che siano presenti consistenti gruppi di individui. Se possiamo applicare gli stessi criteri ai ciclidi in acquario quindi non basterebbe allevare 3-4 femmine e soprattutto non bastarebbero poche settimane di allevamento, ma alcuni mesi.
Per finire una breve considerazione tassonomica sull'identità di M. livingstonii. Tralascerò la diatriba sul corretto nome del genere, Maylandia o Metriaclima. Ad Konings riporta che livingstonii non è mai stato commercializzato sotto il suo vero nome, ma come Pseudotropheus elegans. Una specie molto simile a M. livingstonii è M. lanisticola che spesso vive in simpatria con livingstonii. Ovviamente capire in natura con quale specie hai a che fare delle due non è semplice ed in passato si era arrivati alla conclusione che lanisticola e livingstonii fossero sinonimi. Gli esemplari serviti per gli esperimenti di cambiamento di sesso provengono da individui raccolti a Mazinzi Reef, località dove è presente anche M. lanisticola. Capisco perché nel titolo dell'articolo sia presente cf., abbreviazione latina che significa confronta e che viene utilizzata quando si hanno dubbi di identificazione. Lo stupore aumenta se penso che Stauffer, uno degli autori del lavoro, è colui che in passato ha esaminato le collezioni tipo della specie giungendo a mettere in sinomia elegans con livingstonii. C'è una sola ed ultima faccenda che non capisco: perché nell'articolo si continua a parlare di livingstoni mentre la grafia corretta dovrebbe essere livingstonii? C'è qualcos'altro che non so?

giovedì 25 dicembre 2008

Fish and the City: sorprese

Spinto dall'articolo scientifico "Social fishes and single mothers: brain evolution in African cichlids. Proc. R. Soc. B.276: 161-16" (ne avevo parlato nel post dell'8 dicembre), Sebastien Verne si è divertito a calcolare il rapporto tra peso del cervello e peso corporeo di alcuni ciclidi del lago Tanganica. Ecco quanto ne è risultato (cliccate sull'immagine e vi apparirà più chiara).

Elaborazione di Sebastien Verne

Ammesso che le dimensioni del cervello possano essere indice di "intelligenza", e su questa premessa è permesso avere qualche dubbio, direi che Cyphotilapia frontosa non se la passa molto bene. Non mi stupisco, parliamo di un piscivoro che si muove al crepuscolo per predare i Cyprichromis mezzi addormentati (della serie" Ti piace vincere facile"). Mi piacerebbe sapere dove si piazza Boulengerochromis microlepis, il ciclide più grande al mondo che tra l'altro è un piscivoro e quindi dovrebbe essere sfavorito secondo quanto letto nell'articolo.
Per chi volesse seguire il post scaturito nel forum dell'Associazione Ciclidofila Francese ecco il link.

mercoledì 24 dicembre 2008

Dimenticavo

Per tutti coloro che si fossero (giustamente) chiesti cosa fosse Xenotilapia nigrolabiata, ecco la foto che ho dimenticato di inserire nel post di due giorni fa. Si tratta di una femmina al termine dell'accoppiamento. Se aguzzate la vista vedete le uova in bocca che la mamma terrà per circa venti giorni (in realtà la mamma tiene le larve che si schiudono dalle uova in pochi giorni).
Nei prossimi giorni prometto che torno a post più impegnati, meno intimistici. Ne ho iniziati almeno tre, ma qualcosa non funziona. Spero che l'ispirazione arrivi...

Xenotilapia nigrolabiata, femmina. Foto di Livio L.

martedì 23 dicembre 2008

È davvero Natale

Oggi ho pescato la Xenotilapia nigrolabiata con i piccoli in bocca. C'è voluto circa un'ora e ho dovuto catturare tutti i pesci. Secondo la legge di Murphy, la femmina in questione era l'ultimo individuo. Ne è valsa la pena, perché appena finita nel retino sono spuntate 10 larve. Hanno ancora un vistoso sacco vitellino, ma mi sembrano in forma. È davvero tempo di Natale.

venerdì 19 dicembre 2008

La bellezza sta nell'occhio dell'osservatore: il podcast

Ne avevo già parlato in questo post, ma solo oggi (purtroppo è da un po' che non mi dedico ai podcast) ho scoperto che è possibile ascoltare l'intervista a Ole Seehausen riguardante la ricerca pubblicata in Nature scaricando l'intera puntata del podcast della rivista del 2 ottobre (la trovate negli archivi del podcast). L'intervista è molto breve e la parlata molto chiara (in lingua inglese). Se avete qualche difficoltà di comprensione potete aiutarvi con la trascrizione integrale della puntata.
Buon ascolto!

martedì 16 dicembre 2008

Lavorio

In questi giorni fervono le attività riproduttive delle Xenotilapia. Una coppia di X. nigrolabiata ha deposto il 4 dicembre e la femmina tiene tuttora le uova. Non ho assistito alla deposizione, ma ho l'impressione che a fecondare le uova non sia stato il solito maschio dominante. Anche le Xenotilapia sp. "Sunflower Msamba" si stanno dando da fare e ci sono stati un paio di accoppiamenti, ma le femmine hanno sputato. Nulla di strano per le prime riproduzioni.

Xenotilapia sp. "Sunflower Msamba"

martedì 9 dicembre 2008

Piccole principesse crescono: 2 mesi

A due mesi esatti dalla deposizione una fotografia di una giovane "Red princess" (Xenotilapia nigrolabiata). Probabilmente sembra uguale a quella fotografata un mese fa, ma le dimensioni sono molto diverse. Nel frattempo si sono succedute una nuova deposizione di red princess (il 4 dicembre) ed un paio di deposizioni di Xenotilapia sp. "Sunflower Msamba" che però non sono andate oltre i 3-4 giorni.
Non ho ancora accesso i termoriscaldatori, ma i 22-23°C in acquario ci sono sempre.

lunedì 8 dicembre 2008

Fish and the City: madri single e società

Mia moglie dice che non c'entra nulla (e in genere su questioni del genere ha ragione), ma a me piaceva troppo. Parlo del titolo. In effetti "Sex and the City" si occupa di tutt'altro, di donne single che sdoganano uno stile di vita. L'articolo in questione, invece, parla di ciclidi del lago Tanganica e di dimensioni del cervello. Qualcosa in comune tra la due situazioni però potrebbe esserci e cioè il fatto di vivere in società complesse o perlomeno complicate e di essere femmine.
Iniziamo con ordine, anzi con razionalità e quindi dal cervello. Attualmente si ritiene che le dimensioni del cervello di una specie siano controllate dalla selezione naturale. Nulla di strano riguardo ad un organo che risucchia una enorme quantità di energia per il proprio metabolismo. Nei mammiferi la vita sociale potrebbe essere il fattore che incide maggiormente, ancor di più di vari fattori ecologici, sulla tendenza alla crescita del cervello. Negli uccelli invece si parla di complessità del canto, di uso di utensili e così via. Nei pesci l'ambiente e la dieta sono i fattori chiave, ma sono ancora pochi gli studi eseguiti per poter trarre conclusioni di una certa portata. Ultimamente tra questi studi vi sono alcuni che hanno per oggetto i ciclidi del lago Tanganica. Perchè proprio i ciclidi africani? Perché all'interno di questo gruppo vi sono numerose specie correlate tra loro che sfruttano diverse nicchie ecologiche e che hanno prodotto diversi sistemi sociali. Due studi precedenti sembrano suggerire che siano la composizione dell'ambiente e della dieta ad influire sulle dimensioni e sulla struttura del cervello dei ciclidi. Lo studio in questione indaga più in dettaglio la questione e si sofferma su fattori ecologici e riproduttivi. Innanzitutto sembra che la complessità ambientale vada eliminata come causa dell'aumento della dimensione del cervello che sembra invece crescere in proporzione alla diminuzione di mobilità della preda. Un risultato controintuitivo. A noi umani catturare un pesce sembrerebbe richiedere maggiori capacità cognitive rispetto al grattare l'aufwuchs da una roccia. Ma se ci fermiano a pensare un attimo, il fatto di essere in molti a sfruttare una sola risorsa (le alghe che crescono sulla superficie di una roccia) impone una vita sociale articolata ed impegnativa che richiede abilità cognitive superiori che possono essere fornite forse solo da cervelli di grandi dimensioni.
Oltre a questo primo interessante aspetto la ricerca mette in rilievo per la prima volta l'esistenza di differenze nello sviluppo del cervello tra i sessi. Le femmine di ciclidi carnivori che si prendono cura della prole da sole hanno cervelli più grandi rispetto alle specie biparentali. La dimensione del cervello dei maschi invece non è correlata al tipo di cura parentale prestato (un risultato che esteso agli uomini non sorprende molto, ma non vorrei antropomorfizzare eccessivamente). Lo stato biparentale rappresenta lo stato ancestrale per i ciclidi da cui è derivata la cura esclusiva della prole da parte della femmina. Una femmina single affronta un investimento energetico maggiore rispetto alle femmine biparentali e quindi deve scegliere il proprio partner con estrema precisione (deve cioé essere un maschio con buoni geni) e questo potrebbe richiedere capacità cognitive ben sviluppate.
L'articolo è interessante e tempo fa se n'è parlato molto in rete data la tendenza di molti giornalisti scientifici ad anticipare sempre di più le notizie arrivando a scrivere di studi non ancora comparsi ufficialmente sui giornali, ma già presenti con versioni on-line. Come tutti i lavori di buon livello lascia aperte delle questioni che varrebbe la pena indagare. Penso alla necessità di rivedere gli studi precedenti che sembrano affermare conclusioni contrarie come il fatto che alcune specie monogame e quindi biparentali avessero parti del cervello di notevoli dimensioni. In questo caso tuttavia non si era tenuto conto della complessità ambientale per esempio. Tuttavia penso soprattutto alla necessità di trovare qualche specie ittica in cui è solo il maschio a prendersi cura della prole per vedere se esiste una correlazione simile a quella delle femmine uniparentali dei ciclidi. Se così fosse ancora una volta i ciclidi tornerebbero a proporsi come modello all'interno dei vertebrati.

Gonzalez-Voyer A., Winberg S., Kolm N. 2009 Social fishes and single mothers: brain evolution in African cichlids. Proc. R. Soc. B.276: 161-16.

martedì 2 dicembre 2008

Wordle

In attesa di riuscire a tornare a scrivere tra le "angustie" della vita ordinaria ecco un wordle del blog. Essendo generato a caso trovo incredibile che abbia posto ben visibile al centro la parola specie. Che i worlde siano organismi informatici sensibili?



mercoledì 26 novembre 2008

Diversità nascoste: Gymnogeophagus gymnogenys

Gymnogeophagus gymnogenys "El Tigre"
Fotografia di Marko Lenac

Che sia finita la sbornia africana? Ultimamente si parla sempre più spesso di Ciclidi sudamericani, non solo tra i ciclidofili che non li hanno mai dimenticati, ma anche tra gli studiosi. Un lavoro recente si occupa dei modelli di differenziazione in Gymnogeophagus gymnogenys attraverso la "solita" analisi del DNA mitocondriale. Ecco l'abstract. L'avevo anticipato, ma non avevo ripreso il discorso.
In questo lavoro, un paio di risultati sembrano interessanti. Alcune località mostrano ridotti scambi genetici tra alcuni gruppi di individui. Alcune popolazioni (come quelle del Rio Yi nella fotografia) sono costituite da diversi lignaggi. Queste due evidenze potrebbero essere prove di una differenziazione dovuta a speciazione simpatrica basata su fattori ecologici (specializzazioni alimentari) e sulla selezione sessuale come in alcuni ciclidi dei laghi del Camerun o del lago Vittoria. Potrebbero essere, ma non esiste la certezza della speciazione simpatrica dato che la situazione attuale potrebbe anche essere il risultato di differenziazioni iniziate in popolazioni situate in corpi d'acqua diversi che poi sono venute in contatto in un secondo momento per mutamenti ambientali (barriere geografiche esistenti che scompaiono per esempio).

Gymnogeophagus cf. gymnogenys "Rio Yi"
Fotografia di Marko Lenac

Il solito orologio molecolare (ne avevo già parlato in precedenza, per esempio in questo post) data la separazione di Gymnogeophagus meridionalis da G. labiatus e di G. labiatus da G. gymnogenys a circa 4-5 milioni di anni fa. Lo scenario proposto per la differenziazione di G. cf. gymnogenys sembra congruente con la conquista da parte del mare (tragressioni) delle coste avvenute nel Pleistocene e nell'Olocene che produsse importanti modificazioni ambientali nel Brasile Sud orientale e nell'Uruguay meridionale.
Al di là delle ipotesi resta che i G. gymnogenys possono essere divisi in quattro gruppi di specie (identificabili grosso modo con le popolazioni del bacino del Rio de la Plata, del bacino della Laguna Merin, del bacino del Rio Negro e del bacino del Rio Uruguay superiore) che mostrano differenze genetiche talmente elevate da essere paragonate a quelle delle linee che hanno prodotto più specie tra i Ciclidi africani. Ecco, ancora una volta siamo tornati all'Africa. Ma non ne eravamo ebbri?

domenica 23 novembre 2008

I Ciclidi di Darwin: nove in un colpo!

Se occorresse assegnare il primo premio a chi ha descritto più specie in una unica pubblicazione, credo che il trofeo andrebbe a Linneo per avere descritto in media più di cinquecento specie per lavoro. Al confronto le 9 specie appena erette di Australoheros scompaiono, ma suscitano ugualmente qualche meraviglia. Ma su questo tema tornerò dopo. Per ora ecco le nove nuove specie tutte provenienti dal Brasile meridionale: Australoheros autrani, Australoheros barbarosae, Australoheros ipatinguensis, Australoheros macacuensis, Australoheros macaensis, Australoheros muriae, Australoheros paraibae, Australoheros robustus, Australoheros saquarema. Ecco il pdf liberamente scaricabile.
Il genere Australoheros è stato istituito nel 2006 da Sven Kullander e Oldřich Říčan per raccogliere le specie del gruppo "Cichlasoma" facetum e si configura come il genere più meridionale tra i cichlasomatini (il nome generico significa proprio questo: Heroini meridionali) dato l'areale che comprende i sistemi del Rio Paraná-Rio Paraguay e del Rio Uruguay. In pratica questi ciclidi sono diffusi in Argentina, Uruguay e Brasile (fino allo stato di Bahia). Gli Australoheros vengono identificati da un basso numero di scaglie, un ridotto numero di vertebre, da una livrea riproduttiva caratterizzata dalla interruzione delle barre addominali nella parte dorsale e da uno stadio giovanile con xantofori alla base della pinna caudale.
Per chi volesse vedere qualche fotografia vi rimando al blog di Enrico che mostra alcune immagini scattate in Uruguay. Ecco il post!
Attualmente le diverse specie di Australoheros, perlomeno quelle descritte, dovrebbero ammontare a 18 (quelle non ancora descritte sono almeno 4):
A. autrani
A. barbarosae
A. charrua
A. facetus
A. forquilha
A. guarani
A. ipatinguensis
A. kaaygua
A. macacuensis
A. macaensis
A. minuano
A. muriae
A. paraibae
A. ribeirae
A. robustus
A. saquarema
A. scitulus
A. tembe


La descrizione delle ultime nove specie presta il fianco a qualche critica dato che gli esemplari conservati in alcool sembrano avere tutti lo stesso colore. Dal vivo le diverse specie mostrano colorazioni maggiormente diversificate, ma questi ciclidi hanno dimostrato notevole variazione di colore anche all'interno della stessa popolazione. Per definire meglio il caso occorre anche dire che ogni specie è ristretta ad un determinato fiume. Forse siamo in presenza di un caso in cui si è ecceduto nello splitting, la tendenza a dividere popolazioni simili in tante specie diverse. Nel lavoro, inoltre, sembra mancare anche un qualsiasi confronto con specie già descritte. Insomma si potrebbero fare le pulci per bene.
Al di là dell'opera di revisione di cui questo genere sembra abbia necessità, gli Australoheros insegnano qualcosa riguardo i pattern di distribuzione dei pesci sudamericani. Le specie imparentate sono allopatriche tra loro, mentre i gruppi di specie, i generi per semplificare, si sovrappongono ampiamente. Qualche esempio? Australoheros scitulus è simpatrico con A. facetus e A. charrua è in simpatria con A. minuano. Ognuna di queste specie non ha alcun legame con quella con cui vive, non condivide cioè gli stessi antenati. Lo stesso pattern di distribuzione si riflette per esempio nell'areale delle Crenicichla. Lascio a voi il piacere di controllare dove vivono Crenicichla jurubi, C. igara, C. prenda, C. tendybaguassu, C. missioneira, C. minuano, C. vittata e C. lepidota e di confrontarlo con le due specie di Australoheros del gruppo forquilha. Vi aiuto, si parla di Rio Urugay superiore e medio.
Ho iniziato con Linneo e termino con Darwin. Perché i chanchito sono i ciclidi di Darwin? Forse Charles Darwin conosceva i ciclidi? Queste domande meriterebbero da sole alcuni post e per questo mi limiterò solo a qualche parola in questa sede. La descrizione originale di Australoheros facetus è opera del reverendo Leonard Jenyns ed è riportata nell'opera "The zoology of the voyage of H. M. S. Beagle, under the command of Captain Fitzroy, R. N., during the years 1832 to 1836"; London: Smith, Elder, and Co. Issued in 4 parts. Fish, Voyage Beagle; i-xvi + pp. 1-172, 1842. Al ritorno dal suo famoso viaggio sul Beagle, Charles Darwin distribuì la maggior parte degli esemplari raccolti a zoologi di fiducia tra cui Jenyns che ricevette i pesci. Ebbene la specie tipo dei chanchito è stata raccolta da Darwin. Tra l'altro Darwin conosceva molto bene le appariscenti colorazioni dei ciclidi. Ma anche questa è un'altra storia...

giovedì 20 novembre 2008

E fanno 13: Apistogramma erythrura

Nuova specie di Apistogramma boliviano, anzi vecchia specie con nuovo nome. Parlo di Apistogramma sp. "Rio Mamoré" che ha ricevuto il nome di Apistogramma erythrura (con questa le specie di questo genere provenienti dalla Bolivia sono 13). A. erythrura è già noto all'hobby per essere stato importato in Germania nel 1995, ma solo ora viene descritto da Wolfgang Staeck e Ingo Schindler. Il nome specifico deriva dal greco e significa coda (ura) rossa (erythro) e si deve alla evidente colorazione della pinna caudale che la maggior parte dei maschi adulti presenta.
Questo ciclide nano è diffuso nel bacino idrografico del basso corso del Rio Mamoré nella provincia di Beni in Bolivia. In natura è stato raccolto esclusivamente nelle aree vegetate lungo le sponde di laghi o piccoli rii dove è presente in ridotte densità. Densità maggiori si rinvengono lungo le banchine galleggianti di vegetazione di Eichhornia azurea, Paspalum repens, Cabomba furcata e Utricularia spp. (un gruppo di piccole piante carnivore acquatiche presenti anche in Italia con alcune specie). Altre specie ittiche presenti in simpatria con A. erythrura sono: Nannostomus unifasciatus, N. trifasciatus, Hyphessobrycon herbertaxelrodi, H. megalopterus, H. elachys e Mesonauta festivus che però preferisce le zone a maggiore profondità. Dall'analisi delle acque si può affermare che si tratta di un tipico abitante delle acque chiare (acqua acida trasparente e molto tenera).


Della livrea di A. erythrura potete farvi un'idea dalla fotografia sottostante tenendo ben presente che in una popolazione possono essere presenti diversi morfi di colorazione riconducibili a due forme principali: morfo giallo e morfo blu.
Dalle osservazioni compiute in acquario questo Apistogramma sembra riprodursi nalla tipica modalità del genere: il maschio difende un territorio in cui sono presenti diverse femmine riproduttivamente attive.

Apistogramma erythrura

La specie più simile a A. erytrura sembra essere A. trifasciata dal quale si differenzia per avere un corpo leggermente più massiccio e per la mancanza di disegni sull'addome.

Apistogramma trifasciata


Steak, W. & Schindler, I. 2008. Apistogramma erythrura sp. n. a new geophagine dwarf cichlid (Teleostei: Perciformes: Cichlidae) from the rio Mamore drainage in Bolivia. Vertebrate Zoology 58 (2): 197 - 206.

lunedì 17 novembre 2008

Gita fuori porta. Parte seconda.

Qualche altra immagine tratta dalla fish room di Enzo. Sono quasi tutti ciclidi del lago Tanganica, ma partiamo con un pesce gatto.

Auchenoglanis occidentalis (un pesce gatto dall'ampia diffusione africana). Vive in una vasca di circa 1000 litri in compagnia di diverse specie di Petrochromis.

Neolamprologus mustax

Un giovane di Ophtalmotilapia nasuta "Sela".

Xenotilapia rotundiventralis. Una specie che in precedenza apparteneva al genere Microdontochromis. Si tratta di una Xenotilapia che vive a mezz'acqua, quasi come un Cyprichromis, e che depone su rocce deposte orizzontalmente in posizione leggermente sopraelevata.

Aulonocranus dewindti


Cyprichromis microlepidotus. Non ricordo con esattezza la varietà, ma potrebbe trattarsi del "Kasai".


Xenotilapia sp. "Sunflower Isanga"

Copadichromis virginalis "Gome Fire crest". Una specie del lago Malawi che in quanto a livrea non ha nulla di invidiare per le mirabolanti sfumature grigie a certi Ciclidi del lago Tanganica. Specie molto delicata e sensibile allo stress si colora solo durante l'accoppiamento.

Ho mostrato solo alcune delle numerose specie che Enzo alleva nella sua ventina di vasche di diverse dimensioni. Ho tralasciato i Tropheus ed i Petrochromis per dare spazio a specie che possono presentare livree scialbe, ma che mostrano comportamenti molto interessanti e variegati. Spesso chi alleva ciclidi del lago Tanganica è attratto soprattutto da questi ultimi e meno dal colore.



domenica 16 novembre 2008

Gita fuori porta

Cielo limpido e clima mite spingono a muoversi persino i sedentari come me ed oggi mi sono spostato in Piemonte a visitare la fish room dell'amico Enzo. Enzo alleva quasi esclusivamente ciclidi del lago Tanganica, ma non disdegna un po' di Malawi. Ecco un primo assaggio di immagini.

Neolamprologus nigriventris


Gnathochromis permaxillaris

Placidochromis phenochilus "Mdoka"


All'entrata della casa ci accoglie un juke box d'annata con veri 45 giri. Un vero tuffo al cuore.



Grazie Enzo per l'ospitalità! Nei prossimi giorni qualche altra fotografia.

venerdì 14 novembre 2008

Potere ai piccoli!


L'acquario ed i pesci preferiti di mio figlio. Interessante l'uso delle bollicine, ne avessi mai vista una io. Probabilmente i film d'animazione hanno la meglio sulla realtà. Di che pesce si tratta?

giovedì 13 novembre 2008

Sorprendenti Gymnogeophagus

Ampia radiazione adattativa, adattamenti ecologici diversificati, morfologie disparate, sistemi riproduttivi variegati. Stiamo parlando di ciclidi africani? No, stavolta vi sbagliate. Parliamo dei Geophagini ed in particolare di Gymnogeophagus gymnogenys. In attesa di finire di leggere l'articolo scientifico che li riguarda metto in mostra un paio di foto gentilmente offerte da Marko Lenac che li ha ripresi nel suo ultimo viaggio in Uruguay (ad esso è dedicato l'ultimo numero dell'e-book del 2008 edito dall'Associazione Italiana Ciclidofili).
Gymnogeophagus gymnogenys proveniente da Centurion (Uruguay)


Gymnogeophagus gymnogenys proveniente da Sauce (Uruguay)

Fotografie di Marko Lenac

lunedì 10 novembre 2008

In ricordo di Jean-Claude Nourissat, il viaggiatore

Fotografia di Philippe Burnel

Cinque anni fa ci lasciava Jean-Claude Nourissat. Aveva contratto la malaria durante uno dei suoi viaggi in Madagascar alla ricerca di Ciclidi.
Ho incontrato Jean-Claude solo due volte. La prima fu al congresso AIC del 1998 dove era uno dei relatori. La seconda fu a casa sua, a Solliés-Pont in Provenza, nell'estate del 1999. Fu lì che riuscii a capire quanto potesse essere forte il richiamo della natura in un uomo.
Jean-Claude era divenuto acquariofilo in "tarda età", quasi a trent'anni. Era partito dai classici pesci rossi per poi arrivare all'acquario di discus e furono questi ultimi a spingerlo a viaggiare. Voleva conoscere gli ambienti naturali e gli esportatori di questo ciclide. Il suo primo viaggio fu in Amazzonia lungo il Rio Negro. In seguito dai discus si spostò ai ciclidi di altre aree, soprattutto a quelli dell'America Centrale, del Sud America e del Madagascar. E fu in questi paesi che viaggiò soprattutto, per cercare di ovviare alla mancanza di esportatori professionisti. Perù, Messico, Guatemala e negli anni '90 il Madagascar, la terra di frontiera dei ciclidi. Dal primo viaggio, nel 1991, ogni anno lui, oppure l'amico Patrick de Rham, visitavano l'isola. Nel 1995 Jean-Claude si ammalò gravemente: bilarzia. L'aveva contratta a Panama. La malattia fu talmente grave che dovette smettere di esercitare la professione di dentista. Eppure, una volta ristabilitosi, Jean-Claude tornò al suo Madagascar per scoprirvi tre specie nuove di Paretroplus.
Nel frattempo la casa di Jean-Claude era diventata un santuario per i pesci che riportava dai suoi viaggi. Nel cuore dell'edificio sorgeva una serra quadrata molto alta che cullava un laghetto ricco di piante, guppy e raganelle. Ai lati vi erano tre grandi stanze che ospitavano vasche di ogni forma e dimensione. Si trattava perlopiù di vasche con le pareti di cemento armato tranne il vetro frontale. La più grande era di 16.000 litri. Dentro questo oceano d'acqua si vedeva di tutto. Da vari Paretroplus (nourissati, tsimoly, petiti, maromandia) fino alle bellissime Petenia splendida. I mezzi tecnici erano volutamente rustici, un termosifone dentro le vasche ciclopiche per riscaldarle e delle pompe per muovere l'acqua. Nient'altro. La luce proveniva principalmente dai lucernari e danzava sul fondo delle vasche mettendo in risalto le splendide colorazioni dei ciclidi.
Non dimenticherò mai le due giornate che ho passato in quella casa. Jean-Claude fu meraviglioso nel farci sentire a casa nostra e nel lasciarci girare liberamente. E tutto era scoperta. Vidi per la prima volta dei Paretroplus tsimoly. Erano in cova e difendevano un territorio di circa 2 metri di diametro spingendo ogni altro pesce contro le pareti laterali. Vidi i Paraneetroplus bulleri, erano semplicemente fantastici. All'esterno della casa c'erano altri laghetti con fior di loto, raganelle, libellule. C'era anche una infinità di piscine che accoglievano i ciclidi per la trasferta estiva. Vidi un' intera stanza dedicata alle orchidee ed alle epifite. E soprattutto ascoltai Jean-Claude che parlava dei suoi viaggi e dei suoi pesci.
Di lui ora rimangono due pesci che portano il suo nome (Paretroplus nourissati e Amphilophus nourissati) e soprattutto il suo approccio ai ciclidi attraverso il viaggio negli ambienti naturali. Grazie Jean-Claude.

In youtube ho trovato questo video e quest'altro. Rendono bene l'idea della passione di Jean-Claude e di cosa significasse entrare in casa sua. Segnalo anche lo speciale AIC (Associazione Italiana Ciclidofili) n°2 del 1999 con il resoconto della visita alla casa di Jean-Claude da parte della delegazione AIC.

Trovate la versione inglese del bollettino in questione al seguente indirizzo.

(You will find the English version of the AIC bulletin about the visit to Jean-Claude's home here).

Tra il poderoso materiale in rete dedicato alla figura di Jean-Claude segnalo questo link.

mercoledì 5 novembre 2008

sabato 1 novembre 2008

E furono cinque

Giovedì 30 ottobre sono 21 giorni di incubazione a 24.5°C, ma non sono sicuro della costanza delle temperatura dato che non ho ancora acceso il termoriscaldatore. Generalmente l'incubazione delle Xenotilapia nigrolabiata dura meno, me l'hanno detto in tanti. Mi rassegno al fatto di avere perso, non so come, la covata. Nei giorni precedenti avevo osservato per bene la femmina da sola nell'acquario. Non muoveva quasi mai la bocca nel modo solito utilizzato dagli incubatori orali per rimescolare i piccoli. Quando notavo un movimento risultava quasi impercettibile. Insomma pensavo di avere fatto l'ennesimo buco nell'acqua con questa specie. Decido quindi che posso rimettere il pesce nell'acquario di allevamento, non vorrei diventasse troppo magro. Appena introduco nella vasca il retino, la femmina sputa due piccoli di discrete dimensioni (un centrimetro) con sacco vitellino abbastanza sviluppato. Sono incredulo. Catturo la femmina e mi sputa altri tre piccoli. Velocemente preparo la "caraffa" di acclimatazione per la femmina in modo da rimetterla con gli altri adulti e mi occupo dei cinque piccoli. Li sposto in una vasca da circa 30 litri. Sono come i genitori. Quando sollevo il coperchio percorrono tutto il vetro frontale fino al bordo quasi cercassero di saltare fuori dall'acqua. La covata è di piccole dimensioni, probabilmente perché non tutte le uova erano fecondate; in passato avevo contato anche 14 larve in una sola incubazione. Le cisti di artemia stanno quasi per schiudersi, penso che entro un giorno e mezzo gli avannotti saranno in grado di cibarsi.

venerdì 31 ottobre 2008

Di grigio si vive...

Ecco il mio ultimo trip acquariofilo. Ormai non vedo l'ora di averne qualcuno.
È da un po' che cercavo una specie da accompagnare al mio gruppo di Xenotilapia nigrolabiata. Ho provato con varie Xenotilapia, ma le biparentali sono troppo aggressive così come anche i Cyprichromis. L'amico Michael Näf mi suggerisce una specie di Trematocara. I Trematocara sembrano essere specie tranquille che in natura frequentano ambienti d'acqua aperta ad elevate profondità del lago Tanganica. Michael ne ha introdotto un gruppo, probabilmente di Trematocara marginatum, in vasche di medie dimensioni (tra i 300 ed i 400 litri) insieme a Paracyprichromis nigripinnis e X. nigrolabiata. Siamo nel regno del puro grigio, di un pesce che si colora solo poco prima dello spegnimento delle luci, diciamo per circa 20 minuti al giorno, ma ormai noi ciclidofili del Tanganica sappiamo accontentarci di qualche pallido riflesso.


Trematocara marginatum. (C) Michael Näf


giovedì 30 ottobre 2008

Tutto da rifare?

All'attacco del primo articolo dello speciale di Hydrobiologia riguardante l'evoluzione nei laghi antichi, sono stato subito preso dalla sconforto (si tratta di una review che arriva al 2007). Molto di quello che sappiamo sull'evoluzione dei Ciclidi africani è probabilmente sbagliato; o se vogliamo restringere, molto di quello che sappiamo dei ciclidi del lago Tanganica. I ciclidi del lago Tanganica sono sicuramente i ciclidi africani che manifestano maggiore diversità; includono infatti sia incubatori orali che depositori su substrato, originano da diversi progenitori ed hanno sviluppato una impressionante serie di adattamenti. In base alle caratteristiche morfologiche, sono stati divisi in 12 tribù da Poll nel 1986 e in 16 da Takahashi nel 2003. Si potrebbe anche citare la classificazione di Patrick Tawil riportata ne "L'an Cichlidé" n 1 del 2001, ma per quanto ne sappia nessun ittiologo professionista l'ha mai presa in considerazione, presumibilmente per il fatto che è non stata pubblicata all'interno di una rivista scientifica. La lettura delle diverse tribù mi riserva già una piccola sorpresa. L'analisi molecolare sembra convalidare l'erezione dei Cyphotilapini avvenuta da parte di Tetsumi Takahashi nel 2003. Allora mi era sembrato esagerato erigere una nuova tribù solo perché gli individui sono caratterizzati da una bozza frontale.
La teoria "canonica" per l'evoluzione dei Ciclidi del lago Tanganica prevede che la radiazione primaria, lo sviluppo simultaneo delle diverse tribù, sia avvenuta circa 5-6 milioni di anni fa simultaneamente all'origine dell'ambiente di lago profondo. Questo data deriva da diversi studi del DNA mitocondriale uniti all'uso di un orologio molecolare stretto. L'orologio molecolare è basato sull'assunto che l'evoluzione sia un processo di divergenza e che il numero di mutazioni sia direttamente proporzionale al tempo intercorso dalla separazione tra le specie. Immaginiamo due popolazioni di una stessa specie che abitano località diverse; dal momento della separazione le due popolazioni vivranno una storia personale di mutazioni casuali, mutazioni che avvengono ad un ritmo relativamente costante. Due popolazioni separate da poco mostreranno bassa diversità di DNA, mentre due popolazioni separatesi molto tempo fa, saranno probabilmente molto diverse. In base alle diversità tra due sequenze è quindi possibile predire quanto tempo intercorra dalla separazione tra due specie. Gli orologi molecolari nascondono alcuni tranelli e per ovviare ai problemi si utilizzano orologi molecolari "rilassati" combinati a datazioni derivanti dal registro fossile. Il problema è che di fossili di ciclidi ce ne sono pochi (ne cito solo un paio tra i più antichi, il genere Mahengechromis di cui pensavo di parlare prima o poi e Proterocara argentina) e per la calibrazione dell'orologio si è utilizzata la data della frammentazione del subcontinente Gondwana, di quel fenomeno cioè che ha separato gli antenati dei ciclidi malgasci ed asiatici da quelli africani. Ebbene la nuova calibrazione sposta tutte le date di origine dei ciclidi del lago Tanganica.
La radiazione primaria si situerebbe ora tra i 20 ed i 35 milioni di anni fa, oltre addirittura il periodo temporale di formazione dei primi abbozzi di laghi che sarebbero poi confluiti nel Tanganica (si parla di 9 milioni di anni fa). L'anticipo dell'inizio della radiazione primaria pone la questione di quali fattori abbiano scatenato la diversificazione dei ciclidi. Forse a quel tempo esisteva un enorme lago da qualche parte nel Congo? Non esistono prove geologiche a sostegno dell'ipotesi.
In base ai nuovi calcoli la radiazione secondaria (5-6 milioni di anni fa) sarebbe avvenuta nei fiumi circostanti da cui i ciclidi si sarebbero poi diffusi nel lago emergente. A questo punto ogni tribù non sarebbe stata fin dall'inizio specializzata ad un certo tipo di habitat. Inoltre, cosa avrebbe eliminato totalmente i ciclidi antenati di quelli del lago Tanganica dalle aree circostanti al lago?
Un altro aspetto controverso della nuova datazione riguarda la presenza di ibridi naturali. È possibile che ciclidi derivanti da lignaggi separatisi oltre 20 milioni di anni fa possano incrociarsi ottenendo prole fertile?
Gli autori, da bravi scienziati, hanno anche sottoposto a controllo una seconda ipotesi di calibrazione basata sui fossili di ciclidi che tuttavia hanno rigettato. La radiazione primaria verrebbe retrodatata a 9-12 milioni di anni fa, al tempo in cui cioè stavano sorgendo i piccoli laghi che avrebbero in seguito ceduto il posto al Tanganica. La radiazione secondaria risalirebbe a 5-6 milioni di anni fa, quando la competizione avrebbe spinto alcune tribù (lamprologini ed ectodini soprattutto) a diversificarsi prima della formazione dell'ambiente di lago profondo. Anche qui rimane il dubbio di dove siano finiti tutti i ciclidi dei fiumi appartenenti ai lamprologini ed ectodini. Tutti estinti? Possibile? I dati molecolari sembrano invece suggerire che i lamprologini dei fiumi si siano diffusi dal lago Tanganica e non viceversa.
Che dire? Siamo ad punto di svolta. Occorrono nuovi dati e nuove interpretazioni. I punti
interessanti della review non sono tuttavia finiti qui. Si potrebbe parlare del numero di specie di ciclidi che viene fissato sui 3000. In tutti gli articoli precedenti si parlava di 2500. Un giorno o l'altro credo che tempesterò di mail un po' di persone e faccio loro contare quante sono le specie di ciclidi dei vari continenti (in realtà ho già iniziato a farlo). Si potrebbe anche parlare nuovamente di speciazione. Per il lago Tanganica non sembrano esistere prove di speciazione simpatrica. Io un paio di esempi interessanti a riguardo li ho (uno di questi me l'ha suggerito Heinz Büscher durante il Congresso AIC a Faenza). Ora però termino qui. Ho scongelato l'artemia e la voglio somministrare a breve. Ho anche qualche pesce da spostare e nuovi trip da inseguire.
Ophtalmotilapia nasuta "Ulwile", un ectodino del lago Tanganica.

mercoledì 22 ottobre 2008

Cool

Numero tematico di Hydrobiologia dedicato alla speciazione nei laghi antichi, i laghi esistenti da prima del Pleistocene: Tanganica, Baikal, Malawi, Biwa e Ohrid. Il volume raccoglie gli interventi più interessanti del quarto congresso dedicato al tema tenutosi a Berlino nel 2006. Non sono ancora riuscito a leggere molto, ma l'indice si presenta interessante.
Il tutto inizia con una nuova analisi molecolare dei Ciclidi del lago Tanganica e della loro strabiliante diversità. Un paio di articoli approfondiscono le preferenze nella scelta del partner nel genere Tropheus e di conseguenza il tema della selezione sessuale. Per rimanere nelle acque del lago Tanganica, vi sono altri due articoli legati al comportamento territoriale dei Lamprologini (Variabilichromis moori, una specie che non è certo in cima alla lista dei desideri del ciclidofilo medio) ed all'analisi di alcune comunità di ciclidi di aree rocciose. Un solo articolo, invece, è dedicato agli Utaka del lago Malawi. Gli Utaka si differenziano dagli Mbuna per essere meno legati al substrato. Nonostante questo alcune specie sviluppano piccole differenze tra popolazioni in assenza di barriere evidenti che possano impedire la migrazione. Questo potrebbe essere dovuto al comportamento riproduttivo di questi pesci: aggregazione stagionale alternata a fasi di libero spostamento. Nel volume non si parla tuttavia solo di ciclidi, ma c'è posto anche per i granchi del lago Tanganica e per le Telmatherina ed i gasteropodi del lago Matano in Sulawesi. Ampio spazio viene dato anche ai laghi Ohrid e Prespa dei Balcani con la loro fauna peculiare. Nei prossimi giorni mi leggo sicuramente qualcosa e magari ci rifletto sopra.
Ah, l'ho fatto. Armato di grande coraggio ho osato pescare la Xenotilapia nigrolabiata che incubava e l'ho spostata in una vasca da 120 litri. Non è stato facile, ma i Cyprichromis erano ossi molto più duri. Ora, come al solito aspetto e spero... Magari avrò la fortuna di vedere qualche piccolo che spunta tra le rocce. Domani faccio partire anche uno schiuditoio di Artemia. Mi auguro che porti bene.

domenica 19 ottobre 2008

Quasi ci siamo...

Sono passati una decina di giorni e la femmina di Xenotilapia nigrolabiata continua ad incubare. Sta per arrivare il momento di decidere cosa fare. Strippare o non strippare? Penso di avere strippato i piccoli solo una volta, circa vent'anni fa, e si trattava di Labeotropheus fuelleborni, un pesce di tutt'altro carattere rispetto alle Xeno. Forse è meglio che peschi la femmina e la metta in un una vaschetta da sola in modo che sputi i piccoli. Le eviterei un bel po' di stress, una delle prime cause di morte con questi ciclidi. Dai report che ho letto su Cichlid News la femmina si disinteressa dei piccoli dopo averli sputati. Mi pare invece che il grande Enzo Marino riporti di qualche cura parentale anche dopo (spero di ricordami correttamente, se mi leggi Enzo dammi un segno!).
Nel frattempo nella stessa vasca si stanno formano le coppie di Xenotilapia sp. "Sunflower Msamba", ce ne sono almeno due, forse anche tre, non sono ancora sicuro. Non voglio però ancora separarle data l'esperienza precedente con le Sunflower (provenivano da Kantalamba) dove la coppia rimastami si è rivelata molto litigiosa. Ho avuto ugualmente due covate, ma in un anno di allevamento è un po' poco. Ora riparto da un gruppo di 8, se non si affiatano bene non so che dire.
La coppia di Xenotilapia sp. "Sunflower Kantalamba" al termine dell'accoppiamento.

mercoledì 15 ottobre 2008

Dimmi dove vivi e ti dirò che uovo fai!


L'evoluzione parallela, lo sviluppo di risposte simili in ambienti simili da parte di organismi appartenenti a lignaggi diversi, è uno dei migliori esempi di evoluzione guidata dalla selezione naturale (per una interpretazione di parallelismo come vincolo storico e non come risposta funzionale si veda "La struttura della teoria dell'evoluzione" di Stephen J Gould che dedica all'argomento un capitolo di 150 pagine). Parliamo di ciclidi dei Grandi Laghi Africani e di comportamenti riproduttivi. Riferimento è l'articolo pubblicato nel numero di ottobre di PNAS: Duponchelle F., Paradis E., Ribbink A. J., Turner G. F. 2008. Parallel life history evolution in mouthbrooding cichlids from the African Great Lakes. PNAS, 105(40): 15475-15480 (qui l'abstract).
Oggetto dello studio sono gli incubatori orali dei tre Grandi Laghi Africani: Malawi, Tanganica e Vittoria (in rigorosissimo ordine alfabetico). Sono state trascurate le specie che depongono su substrato, un comportamento che nella forma di deposizione su substrato da parte di una coppia monogama è considerato essere lo stato primitivo della famiglia (primitivo nel senso di primo e non di di inferiore!). A sua volta la monogamia biparentale deriva probabilmente dalla cura della prole a carico esclusivo del maschio, una strategia riproduttiva tipica di una vasta schiera di pesci.
Qualunque sia il lago in questione, è chiaro che gli incubatori orali producono poche uova di grandi dimensioni rispetto ai ciclidi che utilizzano il substrato per la deposizione. Tra gli incubatori orali, i ciclidi che producono meno uova sono quelli pelagici. I ciclidi degli ambienti rocciosi e quelli bentonici (legati agli ambienti sabbiosi per esempio) mostrano un tasso di fecondità relativa (numero di uova rispetto alla mole corporea) più elevato che ovviamente si rispecchia sulla taglia delle uova: tante uova di piccole dimensioni (rispetto agli altri incubatori orali).
Le "solite" analisi molecolari, di cui risparmio i dettagli, sembrano dimostrare che i ciclidi ancestrali alle specie dei laghi Malawi e Tanganica erano ciclidi fluviali quasi sicuramente legati al substrato. È poco plausibile che in un fiume esistano specie pelagiche o specie tipiche degli ambienti rocciosi che in un corso d'acqua sono generalmente limitati alle zone di rapida. Altrettanto poco plausibile sembra essere il passaggio diretto di una specie dall'ambiente pelagico a quello roccioso, l'ambiente bentonico è il tramite obbligato per eventuali divagazioni evolutive.
Ancora una volta i ciclidi lo "fanno strano". Diversamente dalla maggior parte dei teleostei pelagici marini che producono enormi quantità di piccole uova, i ciclidi pelagici producono ridotte quantità di uova di grandi dimensioni. È l'ambiente di lago che costringe a questa soluzione? Non necessariamente; la prova del nove deriva dalla presenza di clupeidi pelagici (le sardine del Tanganica come Limnothrissa miodon e Stolothrissa tanganicae), di centropomidi (i diversi Lates del lago Tanganica) e di ciprinidi (Engraulicypris sardella del lago Malawi e Rastrineobola argentea del lago Vittoria) che vivono a stretto contatto con i ciclidi. Tutte specie che producono un elevato numero di uova di piccole dimensioni e che non mostrano alcuna cura parentale.
Quindi in tutti i laghi i ciclidi tendono ad incrementare le dimensioni delle uova e a diminuirne il numero. Perché? Forse conviene considerare anche le cure parentali. Tutti i ciclidi adottano cure parentali, anche le specie ad incubazione orale materna, ma con qualche distinguo. Le specie del lago Vittoria guardano la prole a lungo. Le specie degli habitat rocciosi dei laghi Malawi e Tanganica, invece, crescono giovani che sono indipendenti fin dal primo rilascio. Perché? La cura delle larve può favorire l'aumento del numero delle uova prodotte a discapito delle dimensioni, ma alte pressioni di predazione, abbondanza di rifugi, difficoltà a muoversi con un banco di piccoli in habitat ad alta concentrazione rocciosa, potrebbero diminuire il beneficio derivante dalla guardia della prole. A questo punto uova più grandi permetterebbero la schiusa di larve più grandi che sarebbero meno vulnerabili negli ambienti rocciosi. Poco o nulla è conosciuto, invece, delle caratteristiche riproduttive dei Ciclidi pelagici. Per esempio solo recentemente si è scoperto che Ramphochromis longiceps migra nelle lagune per rilasciare i giovanili. Perché? Nei ciclidi pelagici il basso numero di uova potrebbe essere allora un adattamento per ridurre il rischio della fame in ambienti a bassa produttività come l'acqua aperta.
Insomma, le questioni aperte sono molte ma possono essere riassunte nella domanda: perché i ciclidi delle rocce e dell'acqua aperta tendono, ognuno con le proprie differenze, a produrre poche uova di grandi dimensioni? L'unica certezza sta nel fatto che questa tendenza evolutiva potrebbe essere una risposta adattativa a determinati ambienti che nei Grandi Laghi Africani si è evoluta numerose volte in maniera del tutto indipendente.
Forse un'analisi più ampia avrebbe evidenziato ulteriori tendenze oppure avrebbe rifinito con maggiore dettaglio quelle già evidenziate. Sono stati trascurati specie e generi enigmatici. Uno per tutti il genere Benthochromis del Lago Tanganica le cui specie producono uova di ridotte dimensioni, troppo piccole rispetto alla grandezza dei pesci da non destare curiosità.
Segnalo come curiosità il sito di Ron Coleman (Cichlid Research) con il progetto "The Cichlid Egg Project" che mira a raccogliere dati sulle uova dei ciclidi e termino con l'identificazione della femmina che incuba all'inizio del post, si tratta di Cyprichromis microlepidotus "Bulu Point".


domenica 12 ottobre 2008

venerdì 10 ottobre 2008

Mamma mia


La pioggia di articoli scientifici di questa settimana mi ha distolto dall'osservazione degli acquari (a proposito ne ho visto uno con alcune considerazioni sulla evoluzione dell'incubazione orale nei ciclidi africani che mi sembra davvero intrigante). Avevo notato dei gran movimenti nella vasca della Xenotilapia nigrolabiata, ma chi immaginava che si sarebbero riprodotte proprio oggi. Saranno stati i cambi d'acqua, sarà stata la dieta più variata, sarà stata la presenza di larve di gamberetto da predare, o più semplicemente la carica derivante dal Congresso AIC che mi ha spinto a prendermi cura delle vasche in modo più interessato negli ultimi tempi, ma il risultato è una riproduzione che aspettavo da circa un anno dopo le prime insoddisfacenti. Ora speriamo che i pesci non si spaventino, che le uova siano state fecondate, che tutto fili liscio insomma.
Le vedete nella bocca della mammina?

mercoledì 8 ottobre 2008

Uno, nessuno, centomila... Discus!

"Confusione
confusione mi dispiace
se sei figlia della solita illusione
e se fai confusione
confusione
tu vorresti imbalsamare anche l'ultima e più piccola emozione"
Confusione, 1972, Battisti

In questi giorni sono stati pubblicati alcuni articoli veramente interessanti. Il più intrigante riguarda i discus e vorrebbe chiarire l'intricata situazione tassonomica del genere Symphysodon attraverso l'analisi del DNA mitocondriale: Molecular Phylogenetics and Evolution, Volume 49, Issue 1, October 2008, Patterns of diversification in the discus fishes (Symphysodon spp. Cichlidae) of the Amazon basin. Pages 32-43, Izeni Pires Farias, Tomas Hrbek. (qui l'abstract).
Ritenuto uno dei pesci più belli ed affascinanti dell'acquario d'acqua dolce, il discus riserva sorprese sia dal punto di vista del comportamento sia per il numero sorprendente di varianti di colore. In natura il discus è diffuso nelle aree più basse del bacino del Rio delle Amazzoni dove frequenta ogni tipo di acqua, nera, bianca e chiara purché libera da sedimenti. Come anticipato la situazione tassonomica è confusa e in continua evoluzione. Una delle classificazioni più diffuse in acquariofilia prevede due specie, S. discus e S. aequifasciatus, e cinque sottospecie: S. discus discus (discus di Heckel), S. discus willischwartzi, S. aequifasciatus haraldi (discus verde), S. aequifasciatus aequifasciatus (discus blu), S. aequifasciatus axelrodi (discus marrone). Altri autori, Robert Allgayer, ittiologo non professionista appartenente all'associazione francese ciclidofila, considerano esistere una sola specie con tre sottospecie, S. d. discus, S. d. aequifasciatus, S. d. willischwartzi. Altri ancora, tra cui il noto ittiologo Sven Kullander, considerano solo due due specie: S. discus e S. aequifasciatus. La situazione è tuttavia in continua evoluzione e nel 2006 viene descritta una nuova specie, tra gli autori lo stesso Kullander, sotto il nome di S. tarzoo che comprende i discus verdi con spot rossi diffusi nel bacino orientale del Rio delle Amazzoni. Nel 2007 viene pubblicato un articolo (Bleher, H., Stölting, K.N., Salzburger, W., Meyer, A., 2007. Revision of the genus Symphysodon Heckel, 1840 (Teleostei: Perciformes: Cichlidae) based on molecular and morphological characters. Aqua 12, 133–174) che mescola ulteriormente le carte e cerca di rimediare ad un errore formale compiuto nel libro “Bleher’s Discus” pubblicato nel 2006. Secondo questa revisione le specie valide sono tre: S. discus, S. aequifasciatus e S. haraldi.
Arriviamo ora al nuovo studio che analizza 334 esemplari di discus provenienti da ben 24 località diverse e che sembra dimostrare l'esistenza di una sola specie di discus. L'analisi mette in risalto che esistono tre gruppi ben distinti e monofiletici (derivanti dallo stesso antenato) corrispondenti al discus verde, a quello blu e ad un gruppo di discus diffuso nel bacino idrografico del Rio Xingu. Questi gruppi verrebbero affiancati ai discus marroni ed a S. discus e S. d. willischwartzi il cui lignaggio non è altrettanto ben definito.
Da tutto questo gli autori ricavano alcune interessanti ipotesi:
1. i diversi gruppi di discus sono mantenuti distinti da differenze nella chimica dell'acqua. Il discus marrone del basso corso del Rio delle Amazzoni e l'Heckel del Rio Negro potrebbero essersi isolati a causa delle differenti caratteristiche chimico-fisiche delle acque che impediscono il rimescolamento delle popolazioni. Gli autori si pongono anche la domanda se le diverse caratteristiche delle acque abbiano promosso la differenziazione delle popolazioni di discus.
2. I discus verdi sono rimasti isolati in seguito al sorgere delle Ande centrali che ha diviso il bacino amazzonico nella regione orientale ed occidentale.
3. I discus di Xingu, diffusi nel basso corso del Rio delle Amazzoni , potrebbero essere il risultato dell'isolamento causato dalla frammentazione del territorio in seguito alle variazioni del livello del Rio delle Amazzoni avvenute circa 800.000 anni fa.



Siamo di fronte ad un lavoro di notevole portata per l'elevato numero di individui analizzati e per le conclusioni tratte. L'unico punto debole potrebbe stare nella parte dove si tratta della speciazione e delle specie del gruppo. Gli autori ritengono che i discus siano costituiti da una sola specie in via di differenziamento. Per dimostrarlo discutono le varie definizioni di specie e le loro applicazioni al caso in oggetto. Secondo il concetto di specie filogenetica (il più piccolo raggruppamento di organismi che forma un insieme monofiletico per lignaggio), una specie è definita da un carattere diagnostico (apomorfico). Ebbene nei discus non sarebbe possibile trovare un carattere tale da poter distinguere i vari gruppi. Secondo il concetto di specie biologica (gruppo di popolazioni riproduttivamente separate tra loro), non è altrettanto possibile distinguere delle specie (riporto con le virgolette il testo dell'articolo) "dato che tutte le forme di Symphysodon si incrociano in cattività o in condizioni semi-naturali, e forme apparentemente ibride sono state ritrovate in natura". Anche secondo il concetto di specie di coesione non è possibile rintracciare più di una specie dato che tutte le forme ibridano quando si dà loro possibilità oppure sono in grado di scambiare di ambiente (sono ecologicamente equivalenti). Queste ultime affermazioni mi lasciano perplesso. Quasi tutti i ciclidi ibridano in acquario, anche specie molto distanti per parentela, qualunque acquariofilo lo sa. Occorrerebbero quindi esperimenti di scelta del partner, molti esperimenti tra l'altro, che non mi risulta siano mai stati eseguiti per poter affermare con certezza se stiamo parlando di discus di diverse specie. Gli autori non citano, inoltre, le fonti che riportano il ritrovamento di ibridi naturali e quando parlano di ibridi, parlano di "apparenti forme ibride". Per quanto riguarda il concetto di specie filogenetica non oso esprimermi più di tanto. Non sono un grande fan della cladistica. Il timore che hanno alcuni nell'applicare questo concetto è che si arrivi ad una proliferazione del numero di specie. Suona un po' beffardo che in questo caso non sia possibile distinguerne più di una. Per quanto riguarda invece l'ultimo concetto di specie riportato non vedo nulla di strano nel fatto che discus di varie popolazioni abbiano le stesse richieste ecologiche. In certi casi ciò che spinge la speciazione potrebbe non essere l'ecologia della specie, ricordate il post su visione e speciazione nel caso di Pundamilia pundamilia e P. nyererei?
Mi fermo qui. Tralascio la discussione delle premesse dell'articolo riguardanti la distribuzione delle diverse forme di discus. Forse meriterebbe un post apposito ed io devo riprendermi dai capogiri che mi hanno colto nel mettere in fila le varie ipotesi di classificazione. Mi attanaglia anche un dubbio: avrò dimenticato qualcuno?



lunedì 6 ottobre 2008

Alla ricerca del santo Graal: biodiversità in acquario


Ho sempre invidiato gli acquari marini. Basta soffermarsi cinque minuti per trovarvi qualcosa di nuovo. Una piccola stella marina, qualche minuscolo gamberetto, un riccio o due nascosti sotto una roccia. Guardo i miei acquari e mi prende lo sconforto. Un arredatore potrebbe definirli minimalisti. Una roccia di grandi dimensioni e sabbia come fondo, tanta sabbia. Ci sono i pesci, i miei amati ciclidi, ma... insomma non è lo stesso. Forse devo tornare all'acquario di piante, lì sì che si potevano scovare delle vere e proprie chicche. Una piccola Hydra, dei copepodi, degli Ostracodi che gironzolano senza apparente metà e, nei casi migliori, delle piccole spugne nate forse dai frammenti depositatisi sulla Vallisneria prelevata dal Lago di Garda.
È da un po' che ci penso, voglio aumentare la biodiversità delle mie vasche di Ciclidi dei Grandi Laghi africani. Voglio andare un po' più in là delle solite Melanoides. L'altro giorno mi sono lanciato. Ho acquistato 5 Neocaridina denticulata sinensis, la "Red Cherry", e 5 Palaemonetes sp. (sorry, ma Macrobrachium moorei del lago Tanganica non è ancora disponibile in commercio; Heinz Büscher ne ha allevato qualcuno che aveva pescato nel lago, ma mi ha riferito che il loro allevamento pone qualche problema ed ancora di più la loro riproduzione). I 10 si sono ambientati facilmente e, soprattutto, non sono stati mangiati, perlomeno non ancora. Qualcuno ha avuto anche le uova e ho visto agitarsi in seguito quelle che mi sembravano larvette. Non spero che si possa chiudere il ciclo in acquario, il filtro risucchia e tritura tutto senza pietà, ma vedere qualche larva in giro penso che sia possibile. Spero che le vedano anche i miei pesci. Sia quelle "tonte" delle Xenotilapia nigrolabiata che le più sveglie Xenotilapia sp. "Sunflower". Magari si risveglierà qualche istinto sopito che mi farà ancora una volta sognare di essere nel lago.
Sopra una Red Cherry nel mio acquario, la foto non è un gran che, ma mi sto applicando.