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mercoledì 30 dicembre 2009

Giochiamo? (English version)

In questo post avevo lanciato il quiz su chi era il grande tassonomo che aveva lavorato sui ciclidi e che propugnava il concetto cinico di specie: "una comunità, o un insieme di comunità, le cui caratteristiche morfologiche distintive sono, secondo l'opinione di un sistematico competente, sufficientemente definite per dotarla, o dotarle, di un nome specifico."
Vorrei chiudere il discorso. Fatevi avanti con le vostre proposte!

This is the cynical concept of species. Species is "whatever a competent taxonomist chooses to call a species". The complete quotation, given by Julian Huxley, is: "species is a community, or a number of communities, whose distintictive morphological characters are, in the opinion of competent systematist, sufficiently definite to entitle it, or them, to a specific name." Who was the taxonomist who said this? Obviously he's a taxonomist who worked on cichlids.

martedì 29 dicembre 2009

Andinoacara stalsbergi: il terrore verde ha un nome

Andinoacara stalsbergi
Fotografia di Alf Stalsberg


Andinoacara stalsbergi
sp. n.

Diagnosi Molto simile a A. rivulatus con cui condivide le notevoli dimensioni (oltre i 20 cm di lunghezza totale), la livrea delle guance e la striscia verticale anteriore e posteriore alla macchia rettangolare mediolaterale. Se ne differenzia per il margine bhianco della pinna dorsale e caudale e per le scaglie che appaiono chiare al centro e scure ai bordi. In acquariofilia la specie è conosciuta come Aequidens sp. "Green Terror" oppure Aequidens sp. "Silbersaum".

Dimorfismo sessuale Non esiste un evidente dimorfismo sessuale. Generalmente i maschi sono più grandi e sviluppano una prominente bozza sulla nuca.

Distribuzione geografica Costa peruviana dell’Oceano Pacifico. Nel Perù settentrionale e lungo la costa dell’Ecuador è presente una forma simile che in acquariofilia è conosciuta come Aequidens “Goldsaum” che fino ad ora è stata trattata come una forma di A. rivulatus.

Note ecologiche A. stalsbergi frequenta acque alcaline e dure arrivando a tollerare anche acque salmastre. Gli ambienti acquatici in cui si rinviene la specie non presentano generalmente vegetazione sommersa.

Comportamento riproduttivo In acquario la specie è monogama e forma coppie stabili dove entrambi i genitori si prendono cura della prole. All’interno del legame di coppia è possibile tuttavia osservare la tipica suddivisione dei ruoli in cui il maschio difende il territorio e la femmina è più attiva nelle cure parentali.

Andinoacara rivulatus
Fotografia di Alf Stalsberg

Note Sulla necessità di erigere il genere Andinoacara ne avevo già parlato in questo post. Qualche parola invece va spesa sull'analisi molecolare condotta su 8 geni che ha coinvolto il genere. Ne emerge che A. stalsbergi e A. rivulatus mostrano differenze minime. Ho come il sospetto che se non ci fossero state la differenza di livrea (la differenza di colore a livello di scaglie) e la distribuzione allopatrica (una nel Perù, l'altra invece nell'Ecuador) pochi si sarebbero scomodati a descrivere una nuova specie. Per questo gli autori lasciano ad un certo punto cadere l'affermazione che a guidare il loro lavoro è il concetto evolutivo di specie. Secondo questo concetto due specie si differenziano tra loro perché hanno una diversa storia alle loro spalle che in questo caso è stata valutata alla luce dei geni (potete guardare la figura 7 nell'articolo che mostra la biforcazione tra le due specie). Non mi soffermerò sul fatto che le analisi molecolari danno una storia dei geni e non delle specie e che a seconda dei geni presi in considerazione le parentele sembrano cambiare. Quasi sicuramente gli autori hanno ragione, A. rivulatus e A. stalsbergi sono due specie differenti e a dimostrarlo concorrono sia l'analisi morfologica che quella molecolare. Probabilmente anche se si fosse considerato il concetto biologico di specie si sarebbe giunti alle medesime conclusioni. Penso tuttavia che ancora una volta si sia dimostrato che il lavoro pratico di tanti tassonomi, per quanto si dica il contrario, parta principalmente dalla forma; in fondo siamo umani e la vista per noi, e non solo per noi, conta ancora parecchio, soprattutto quando siamo solo alla superficie della biodiversità.


Andinoacara rivulatus
Fotografia di Florent de Gasperis

Musilová Z., Schindler I., Staeck W. 2009. Description of Andinoacara stalsbergi sp. n. (Teleostei: Cichlidae:Cichlasomatini) from Pacific coastal rivers in Peru, and annotations on the phylogeny of the genus. Vertebrate Zoology. 59(2): 131 – 141.

domenica 27 dicembre 2009

Intermezzo

Un gruppo di femmine di spinarello (Gasterosteus aculeatus) in un fontanile.
Fotografia di Marco Fava.

Pochi pesci hanno contribuito alla comprensione dell'evoluzione per selezione naturale e del processo di speciazione come lo spinarello (Gasterosteus aculeatus) che ha impegnato generazioni intere di scienziati di cui Niko Timbergen, premio Nobel per la Fisiologia e la Medicina nel 1973 con Karl von Frisch e Konrad Lorenz, è forse il più illustre esempio. Probabilmente tutto ciò è dovuto al fatto che lo spinarello è un telesteo inusuale. Ha un areale molto ampio che lo vede colonizzare sia l'emisfero boreale che l'australe. Vive sia in acqua dolce che in mare, adattandosi ad ampi intervalli di salinità e temperatura che lo spingono a manifestare notevoli variazioni morfologiche. Le reazioni degli studiosi a tanta diversità sono state altrettanto ampie e diversificate ed in passato si è arrivati ad avere oltre 50 specie differenti che ora sono state riunite in 4 taxa validi.
Se leggerete l'ultimo corposo numero di Journal of Fish Biology (Novembre 2009) potrete cogliere i due grandi filoni di ricerca che interessano questo pesce. Il primo riguarda il comportamento dello spinarello, in particolare del maschio durante la fase riproduttiva che anch'io ho potuto osservare questa primavera in natura. L'altro filone riguarda invece le variazioni morfologiche, fisiologiche e comportamentali della specie.
Buona lettura, nel caso spinarello troverete tutti i grandi temi dell'evoluzionismo, passato, attuale e futuro.

Maschio in livrea riproduttiva di spinarello (Gasterosteus aculeatus).
Fotografia di Marco Fava.

PS: le immagini che accompagnano questo post sono un piccolo saggio dell'apparato iconografico del libro che sto scrivendo sui fontanili e che dovrebbe vedere la luce nel 2010.

sabato 26 dicembre 2009

Neve!

Trenta ed oltre centimetri di neve sono un'occasione troppo invitante per lasciarsela scappare. Così invece di aggiornare il blog come promesso con il post su Andinoacara la mattinata di martedì è stata spesa in un'escursione all'unico fontanile che posso raggiungere a piedi durante le nevicate. Questo fontanile ha acqua solo durante il periodo primaverile-estivo e durante l'inverno entra in secca. Questo fatto esclude la presenza di pesci e permette agli anfibi di costituire popolazioni di discrete dimensioni.

D'estate è quindi possibile osservare numerosi anfibi (rana verde, raganella italiana, tritone crestato e punteggiato) ed alcuni uccelli acquatici (gallinelle d'acqua e tuffetti). D'inverno a farla da padrone sono gli uccelli svernanti, comuni come pettirosso, scricciolo, oppure meno diffusi.
Durante l'altra mattinata ho potuto notare quanto erano affamati i pettirossi che hanno continuato ad inseguirci per tutto il percorso. Parliamo spesso di selezione naturale ma tendiamo a sottovalutare che è soprattutto in questi momenti che agisce. Inizialmente indeciso se mantenere l'usuale distacco dello scienziato-osservatore alla fine ho sparso qualche manciata di semente per gli uccelli. Il fontanile sorge in una zona "protetta" e val la pena intervenire per mantere il fragile equilibrio che si faticosamente è instaurato in questi anni.


Pettirosso (Erithacus rubecola).

mercoledì 9 dicembre 2009

Preludio

L'ultimo numero di Vertebrate Zoology si è rivelato particolarmente ghiotto per i ciclidofili per la ridescrizione di Laetacara curviceps e la descrizione di Andinoacara stalsbergi. Ho intenzione di dedicare un paio di post a queste specie, ma per evitare di rendere particolarmente pesante la discussione della nuova specie di Andinoacara intendo postare una piccola premessa. Ne secondo articolo si cita il concetto evolutivo di specie di Wiley (1978): una specie in evoluzione è un unico lignaggio di popolazioni in relazione ancestrale-discendente che mantiene la propria identità rispetto ad altri lignaggi così definiti e che ha tendenze evolutive e destino storico propri e specifici. Questo concetto suona leggermente diverso dal solito concetto biologico di specie come quello "classico" di Mayr del 1942: le specie sono gruppi di popolazioni naturali che realmente (o in potenza) si riproducono e che sono isolate riproduttivamente da altri gruppi analoghi.
I concetti evolutivi di specie, ce ne sono diversi, tentano di inglobare nella definizione di specie il fattore tempo. Semplificando potrei dire che una specie è un gruppo di popolazioni che nel tempo evolve un insieme unico di caratteristiche che la distingue da altre specie. Ricordatelo quando parlerò di Andinoacara stalsbergi che possiede scaglie chiare dai bordi scuri e per questo può essere distinto facilmente da A. rivulatus che ha scaglie scure a bordi chiari. Ovviamente questa non è l'unica differenza tra le due forme, ma è la principale. Nell'articolo vengono citate anche differenze genetiche che tuttavia appaiono di scarsa entità.

Andinoacara sp. "Maracaibo", una forma diffusa nel bacino idrografico dell'omonimo lago in Venezuela che dovrebbe rappresentare una nuova specie.
Fotografia di Florent de Gasperis.

Tutto ciò mi ha ricordato il concetto "cinico" di specie che ha trovato in un famoso ittiologo uno dei massimi esponenti. Secondo costui la specie è "una comunità, o un insieme di comunità, le cui caratteristiche morfologiche distintive sono, secondo l'opinione di un sistematico competente, sufficientemente definite per dotarla, o dotarle, di un nome specifico." Come dire, viste le differenze di colorazione tra le due forme troviamo qualcosa che giustifichi la descrizione di una nuova specie. Sono solo malignità le mie? Nel prossimo post una risposta, forse.
Nel frattempo una risposta datela voi. Chi è il famoso ittiologo (dovrebbe essere noto ad ogni ciclidofilo) epigono del concetto cinico di specie?

martedì 1 dicembre 2009

Piccoli girasoli crescono

Xenotilapia sp. "sunflower Msamba" ad otto mesi di età.

Mi sono accorto di non avere più aggiornato le notizie sulla crescita delle piccole Xenotilapia sp. "sunflower Msamba" che erano nate ad Aprile e stasera ho scattato alcune fotografie. Di questa specie ho un gruppetto di sette piccoli (i genitori sono stati ceduti data la mia cronica mancanza di spazio) che stanno tutto sommato crescendo bene; si vedono infatti già un paio di coppie impegnate nelle classiche prove di forza tra maschio e femmina che sono fondamentali perché si saldi il legame che li porterà ad essere riproduttori efficaci.

Xenotilapia sp. "sunflower Msamba" ad otto mesi di età.

Ecco anche un lieve divertissement riguardante l'ultima specie che sto allevando. Oggi, al ritorno dal lavoro, ho avuto la sorpresa di trovare una femmina con la bocca piena di uova ed un paio di crateri.

Potrebbe essere quasi di tutto!

domenica 22 novembre 2009

Di revisioni tassonomiche...

Julidochromis transcriptus "Gombe".
Fotografia di Miguel Mora

Nel post precedente parlavo della poliandria nel genere Julidochromis e dei miei dubbi a riguardo dell'ultimo lavoro pubblicato sul tema e della mail che avevo spedito ad alcuni autori dell'articolo. Ebbene alla mia mail hanno risposto ben due autori.
Il primo a scrivermi è stato Dik Heg dell'Università Berna. Mi ha spiegato che generalmente negli esperimenti messi in atto dal suo gruppo di lavoro cercano di utilizzare animali catturati in natura, anche se a volte vi sono vere e proprie sorprese come nel caso dei Neolamprologus pulcher di Gombe che potrebbero essere degli ibridi data la strana livrea scura che questa popolazione mostra. Il Dottor Heg ha inoltre ricordato che è tuttora molto difficile applicare il concetto biologico di specie ai ciclidi, animali a rapida evoluzione e probabilmente interessati da trasferimenti di geni (ibridazione occasionale o mediati da virus). Nel caso dei Julidochromis tuttavia l'utilizzo di individui provenienti da negozi non dovrebbe influire più di tanto sui risultati dato che tutte le specie del genere hanno un comportamento riproduttivo molto simile.
La seconda mail è del Dottor Satoshi Awata dell'Università di Osaka. In essa mi ha parlato dei 10 anni impiegati per studiare in natura ed in laboratorio i ciclidi del genere Julidochromis lungo le coste dello Zambia (Chituta, Katoto, Gombe, Kapemba, Sumbu, Katete...) e di come abbia constatato che tutte le specie abbiano comportamenti riproduttivi molto simili. A suo parere quindi lo studio pubblicato non deve essere inteso come specie-specifico, ma può essere valido per più specie. Il Dottor Awata mi ha comunque confermato che gli esemplari studiati erano tutti J. transcriptus e che anche la popolazione di Gombe può essere considerata appartenere a questa specie. Avevo citato questa popolazione perché Ad Konings nel suo ultimo libro sui ciclidi del Tanganica aveva ipotizzato che potesse appartenere alla specie marlieri, mentre altri autori, Patrick Tawil per esempio, ipotizzano che possa trattarsi di una specie non ancora descritta. La vera ciliegina finale comunque è che il Dottor Awata sta procedendo insieme ad un collega ad una revisione tassonomica del genere che sembra essere già in fase avanzata (se non ho capito male è in fase di valutazione) e poggiare sull'analisi di oltre 600 esemplari.
Ringrazio il Dottor Heg ed il Dottor Awata per aver contribuito a fare chiarezza sull'argomento e per aver dato qualche anticipazione importante. In realtà avevo un'altra domanda che devo confessare di non avere avuto il coraggio di porre. La voglio anticipare per dare uno spunto personale di riflessione. I ciclidi sono decisamente animali sociali, in particolare i ciclidi a comportamente cooperativo, ma non solo, e negli esperimenti di laboratorio mi pare che spesso quest'aspetto sia sottovalutato dato che si guarda unicamente a gruppi molto ristretti (2-3 individui). I test che si riscontrano nella letteratura ciclidofila sono quindi di qualche utilità per la comprensione della vita di questi pesci oppure sono da considerare come situazioni limite?


Miguel Mora mi ha spedito un video dei suoi Julidochromis transcriptus "Gombe". Grazie!

domenica 15 novembre 2009

Living on the edge. No, living on the wedge. Storie di ordinari conflitti tra sessi.

Julidochromis transcriptus "Gombe".
Fotografia di Miguel Mora

La poliandria (la situazione in cui una femmina si accoppia con vari maschi) cooperativa (i maschi collaborano tra loro nella cura della prole) è un fenomeno raro che si ritrova unicamente tra alcuni uccelli e qualche pesce. Dal punto di vista teorico è stato ipotizzato che i maschi dominanti monopolizzino la riproduzione a danno dei subordinati e che tra i primi ed i secondi si instauri una sorta di tiro alla fune per il controllo della paternità della prole stessa. Tra i due litiganti il terzo gode; nel suddetto caso si tratta della femmina che cerca di contrastare il monopolio dei dominanti. L'eccezionalità della situazione sta nel fatto che, nei pesci i cui maschi praticano le cure parentali, generalmente le femmine evitano la paternità multipla. In questo modo la femmina lega il partner alla cura della prole che sarebbe abbandonata nel caso di eventuali "tradimenti" e cerca di evitare fenomeni di cannibalismo.
La poliandria cooperativa è diffusa tra alcuni ciclidi del Lago Tanganica: Chalinochromis brichardi e le specie del genere Julidochromis. Studi recenti condotti in natura hanno chiarito che nei Julidochromis una femmina che si accoppia con due o più maschi sembra avere un successo riproduttivo superiore ad una femmina monogama. La situazione tipo coinvolge una femmina che sceglie come sito riproduttivo una fessura in una roccia che tende a restringersi sempre più (una fessura a forma di cuneo cioé, si tratta del "wedge" del titolo). Le conseguenze di questa scelta sono inaspettate. I maschi grandi e dominanti non riescono a penetrare fino in fondo al sito riproduttivo e sono in grado di fecondare solo le uova deposte dove lo spazio è più ampio. In natura i maschi dominanti, infatti, sono di dimensioni maggiori rispetto alle femmine che a loro volta sono più grandi dei maschi subordinati. Questi ultimi sono maschi giovani che non hanno ancora raggiunto la taglia adulta e che praticano le cure parentali di maggiore intensità. Ovviamente i maschi subordinati fecondano le uova deposte nella profondità del nido dove non subiscono le coercizioni dei maschi dominanti.
Per testare l'ipotesi che a controllare la riproduzione sia la femmina sono stati eseguiti alcuni esperimenti in acquario utilizzando la specie Julidochromis transcriptus. Nel primo gruppo sperimentale si testava se a preferire come sito di deposizione le fessure "a cuneo" fossero le coppie o i trii (una femmina accompagnata da un maschio grande ed uno piccolo). Nel secondo gruppo sperimentale, invece, si paragonava il comportamento delle femmine di un trio rispetto alle femmine accoppiate con maschi dominanti o subordinati.
I risultati hanno mostrato che le femmine delle coppie non hanno mostrato particolare preferenza verso i nidi a cuneo, preferenza che invece si manifestava nelle femmine che erano parte di un trio. È stato evidenziato anche che i nidi a cuneo permettono alle femmine di suddividere la paternità tra più maschi in modo da ridurre il personale contributo alla cura della prole.
Lo studio apre alcuni scenari interessanti. Primo: esiste un chiaro conflitto tra i sessi: i maschi dominanti vedono ridurre il proprio contributo alla generazione successiva, mentre le femmine guadagnano dall'aggregazione di maschi subordinati. In secondo luogo non è chiaro perché le femmine non scelgano unicamente maschi piccoli. Probabilmente i maschi grandi sono in grado di allontanare i predatori con maggiore efficacia rispetto ai subordinati, ma l'ipotesi andrebbe testata. In terzo luogo è ora possibile effettuare delle previsioni. Se in un territorio le femmine sono piccole, i maschi grandi sono in grado di imporsi e vi saranno unicamente coppie monogame (aggiungo io: harem?, ma è una situazione che per i Julidochromis non mi sembra mai essere stata rilevata in natura). Se sono presenti fessure a cuneo, allora le femmine sono in grado di attrarre anche i maschi giovani che altrimenti sarebbero esclusi dalla riproduzione e si formerà un trio riproduttivo. Se le femmine sono grandi, invece, esse domineranno i maschi e in questo caso si potrebbe variare dalla monogamia fino alla poliandria classica: una femmina che controlla un territorio in cui ogni maschio possiede un sito riproduttivo.


Questa però è solo la prima parte della storia perché nell'articolo in questione c'è un particolare che mi ha disturbato assai: l'origine dei Julidochromis transcriptus. Per l'esperimento sono stati utilizzati figli (la prima generazione) di esemplari acquistati nei negozi di acquariofilia. Quando ho letto questa informazione un brivido mi ha percorso. Da ciclidofilo di lunga data so che riguardo ai Julidochromis in commercio non c'è molto da stare allegri. Generalmente non se ne conosce la popolazione di provenienza. Spesso sono frutto di incroci che nei migliori dei casi sono avvenuti tra popolazioni diverse e nei peggiori tra specie diverse o in qualche incredibile episodio anche tra generi diversi. Inoltre la situazione tassonomica del genere non mi sembra tranquilla. Ho cercato di tacitare il tarlo che mi rodeva, ma dopo un paio di giorni ho scritto ad uno degli autori dello studio. Ecco la mail:

I red your latest paper about Julidochromis (Living on the wedge: female control of paternity in a cooperatively polyandrous cichlid) and I would like to present your work in my blog. It’s a very interesting paper and I have some questions about it. Why have you chosen to keep Julidochromis transcriptus purchased from pet stores? In the past hobbyists have mixed Julidochromis of different populations and there’s a lot of uncertainty about the taxonomic status of some populations (i.e. Julidochromis transcriptus “Gombe” is possibly a form of Julidochromis marlieri and not of J. transcriptus). Moreover it’s possible that domestication has introduced some modifications on their behaviour. Would it either be possible that the behaviour of the fish you have studied is not the behaviour of the fish in the wild, or that it is the result of a “hybrid” behaviour of different populations or species? Is my doubt of any importance?

(Ecco la traduzione:
Ho letto l'ultimo articolo da voi pubblicato riguardante i Julidochromis e vorrei presentare il vostro lavoro nel mio blog. Si tratta di un articolo molto interessante e perciò ho alcune domande da porre. Per quale motivo avete scelto di utilizzare Julidochromis transcriptus acquistati nei negozi di acquariofilia? In passato gli acquariofili hanno mescolato Julidochromis di differenti popolazioni e c'è molta incertezza inoltre sullo stato tassonomico di alcune popolazioni (per esempio Julidochromis transcriptus “Gombe” è probabilmente una forma of Julidochromis marlieri e non di J. transcriptus). Inoltre è possibile che il comportamento dei pesci da voi studiati non sia il comportamento dei pesci in natura o che sia il risultato di un comportamento "ibrido" derivante da differenti popolazioni o specie? Il mio dubbio è di qualche importanza?)


Il seguito nel prossimo post! Un po' di suspense fa sempre bene, inoltre la risposta alla mia mail apre eccitanti risvolti futuri.


Kohda M., Heg D., Makino Y., Takeyama T., Shibata J., Watanabe K., Munehara H., Hori M., Awata S. 2009. Living on the wedge: female control of paternity in a cooperatively polyandrous cichlid. Proc. R. Soc. B. 276: 4207-4214.

martedì 10 novembre 2009

L'an Cichlidé


Mai un numero di L'an Cichlidé ha rispecchiato così tanto la mia personale realtà ciclidofila del momento. L'an Cichlidé è una pubblicazione edita dall'AFC (Associazione Francese Ciclidi) annualmente arrivata alla nona uscita che da quando Cichlids Yearbook ha cessato di essere pubblicato è rimasta l'unica del genere a persistere: ogni anno si presenta la moda ciclidofila del momento. Da pubblicazione amatoriale qual è, L'an Cichlidé ha mostrato negli anni alcune pecche, molto rare in realtà, come la scarsa qualità delle immagini o alcune ingenuità grafiche nell'impaginazione, piccoli difetti che tuttavia non intaccano assolutamente il valore della serie. Il numero di quest'anno è di livello particolarmente elevato, forse il migliore mai realizzato. Al seguente link trovate l'indice di questo numero, ma vorrei segnalare alcuni articoli.
Prima di tutto l'articolo iniziale a firma di Wolfgang Staeck sul genere Heros, dove sono presentate tutte le specie. Un articolo di Fabien Naneix (avevo presentato le sue fotografie in questo post) presenta Biotoecus aff. opercularis (un sud americano che per le parvenze "tanganichesche" mi è sempre piaciuto). Un altro articolo su Uaru fernandezyepezi parla dell'allevamento e della riproduzione di questa specie che ho recentemente fotografato e presentato qualche post fa. Recentemente ho rivisto gli esemplari a Le Onde e devo dire che mi sembrano in buona forma. Mi sono ripromesso di fotografarli perché non avevo mai osservati individui che non fossero spaventati o appena arrivati. Un articolo di Uwe Werner presenta Nanochromis transvestitus. Ricordo molto bene quando anni fa andammo a visitare Werner e osservai nella sua fish room una vasca di questa specie con una coppia intenta nei giochi amorosi . Ricordo molto bene come Werner la stesse fotografando. Magari le fotografie dell'articolo sono quelle che ha scattato quella mattina. Mi piace pensare che sia così. A firma di Anton Lamboj invece è l'articolo su Enigmatochromis lucanusi, ne avevo parlato anch'io in questo post. Gli articoli che mi hanno interessato di più sono quelli su Xenotilapia sima (di Thomas Andersen) e su Copadichromis sp. "Firecrest mloto". All'interno del primo articolo mi ha colpito molto la fotografia di X. longispinis e dato che Thomas Andersen mi propone da tempo qualche scambio di pesci è possibile che alla fine ceda per avere un altro pesce quasi grigio.
Ciò che rende peculiare L'an Cichlidé, e in parte simile a questo blog, è l'articolo finale a firma di Martin Geerts che ogni anno presenta un aspetto scientifico della ciclidofilia. Conosco bene gli articoli di Geerts perché per anni ho ricevuto il bollettino dell'Associazione ciclidofila olandese dove tiene una rubrica sullo stesso tema. La mia conoscenza dell'olandese è scarsa, ma ogni volta tentavo di tradurre la rubrica perché il tema mi pareva ben sviluppato. Quest'anno si parla di ciclidi e cromosomi. Geerts evidenzia alcune tendenze evolutive che sono state evidenziate nei ciclidi come la riduzione del numero di cromosomi in alcuni ciclidi neotropicali (Geophagini e Cichlasomatini) o viceversa l'aumento del loro numero nei discus. La conclusione a cui Geerts arriva è che lo studio dei cromosomi dei ciclidi non sembra avere grande utilità tassonomica. Concordo, la tassonomia vive soprattutto di altro. Sappiate comunque che lo stato primitivo del numero cromosomico dei ciclidi è 2n=48. Amen.

lunedì 2 novembre 2009

Aggiornamento: Xenotilapia ...

Reduce da una devastante influenza (forma sconosciuta) inizio a riprendermi solo ora. Qualcuno mi ha telefonato chiedendo che Xenotilapia era quella dell'indovinello. Visto che è passato del tempo posso mettere il nome. Si tratta di Xenotilapia c.....a. (andate a leggerlo sotto l'immagine del post in questione, ecco il link per i più pigri). Appena mi riprendo del tutto dovrei pubblicare un paio di post ormai pronti. Uno tratta di una recensione ciclidofila, un altro invece di una delusione scientifica.

domenica 25 ottobre 2009

Nuovo libro all'orizzonte. The Amazon: Below Water

Nel panorama editoriale mondiale dell'acquariofilia i libri sui ciclidi non ne hanno mai rappresentato una percentuale apprezzabile, ma negli ultimi anni le nuove uscite si sono decisamente rarefatte. Segnalo perciò un libro che dovrebbe vedere la luce a breve. Siamo nel campo dei coffee table book (ultimamente sembra quasi essere l'unico formato disponibile o appetibile; fate voi le considerazioni del caso), ma l'anteprima fa venire l'acquolina in bocca.
L'uscita è prevista tra quattro settimane.

mercoledì 21 ottobre 2009

Errare humanum est, perseverare...

Ci sono cascato di nuovo. Con tutti i pesci tra cui mi ero ripromesso scegliere. Tra tutti i colori a disposizione, sono caduto ancora una volta nel grigio. È vero i colori non sembrano essere un gran che, ma si tratta di un esemplare giovane e da poco arrivato in vasca. Lasciamo che il tempo passi. Avrei potuto acquistare qualcos'altro, ma la novità e l'interesse di osservare una specie nuova mi hanno tentato. A proposito, di cosa si tratta?

Giovane maschio di Xenotilapia caudafasciata (grazie Enzo!).

lunedì 12 ottobre 2009

Fish Behavior. In acquario e in natura.



Sono seduto di fronte al mio acquario. Nulla di speciale o di particolare. Qualche Pecilide, qualche Goodeide, alcune radici. La corrente è abbastanza forte, ma i pesci nuotano tranquillamente. Sono impegnati, quasi come in natura, a cercare del cibo. Frugano sulla superficie dei legni, tra le foglie in lenta decomposizione sul fondo, tra le alghe sui vetri laterali. Fanno capolino da dietro una radice e poi scompaiono nuovamente. Una volta ogni tanto qualche individuo si esibisce in una parata di minaccia e poi insegue il rivale o viene inseguito. I maschi cercano le femmine, mentre i giovani non pensano ancora alla propria sessualità. È una visione riposante, perfino ipnotica nella sua semplicità. È il mondo dei pesci che si schiude davanti ai nostri occhi, un mondo che solo chi è acquariofilo riesce a comprendere e capire anche in dettagli che possono sembrare minimi. Quella sfumatura sul corpo, quella minima barratura, quella macchia sulla pinna che si allarga o si restringe a seconda dell’umore.
Questo libro è per tutti coloro che vogliono indagare il comportamento dei pesci ed in particolar modo di quelli che vivono nei nostri acquari. Vi troveremo perciò tanti vecchi amici. Xiphophorus helleri, Cryptoheros nigrofasciatum, Astronotus ocellatus, Crenicichla, Poecilia reticulata, Trichopsis, Danio rerio, ma anche lo spinarello, il pesce gatto, la sanguinerola, il persico sole. Il campo di studio l’acquario, alcune volte anche l’ambiente naturale.
I contenuti sono suddivisi in tre sezioni. La prima si occupa delle abilità sensoriali che nei pesci si presentano abbastanza diversificate: olfatto, udito, linea laterale e ricezione dei campi magnetici ed elettrici. Nella seconda parte si affrontano le abilità cognitive: l’apprendimento, l’orologio biologico (perché un pesce fa quello che fa al momento giusto?), il riconoscimento individuale, la “calibratura” dei predatori e degli avversari (fino a che punto spingersi con un predatore o con un rivale?). La terza ed ultima sezione prende in considerazione le situazioni che impongono delle scelte ai pesci. Questo perché anche la vita di un pesce, non diversamente da quella dell’uomo, esige valutazioni e decisioni (inconsce, ma non per questo meno interessanti) dalle quali spesso dipende il destino dell’individuo o della sua stirpe. La scelta del compagno o compagna per esempio, un impegno quasi universale (i pesci che vivono solitari, come pure quelli che si riproducono in massa, non si possono permettere il lusso di andare per il sottile: chi c’è, c’è!). Sta tutta qua l’arte del compromesso: tra riprodursi, mangiare e non essere mangiati. Un libro interessante e ricco di spunti. Veramente apprezzabili gli approfondimenti riguardanti curiosità, informazioni, particolarità trascurate o appena tratteggiate nel testo principale.
Dedicato a chi si pone domande di fronte al proprio vetro preferito.


PS: già altri ne hanno scritto la recensione (ecco quella del mio amico Percomorfo), ma è uno dei miei libri preferiti e non ho resistito.

domenica 11 ottobre 2009

Conflitti

OB (orange blotch) è una sigla che nella letteratura ciclidofila si ritrova spesso ed indica una particolare forma di colore nota soprattutto tra gli mbuna, i ciclidi delle coste rocciose del lago Malawi. Gli individui OB, generalmente sono femmine, sono arancioni a macchie nere (in termini più tecnici mostrano macchie di melanofori scuri che si stagliano su un background di xantofori arancioni). I maschi OB sono molto più rari e in acquariofilia vengono chiamati "marmalade cats". La colorazione OB è discretamente diffusa tra i ciclidi dei laghi Malawi (circa 20 specie) e Vittoria e sembra mancare in quelli del lago Tanganica. Gli individui OB risulterebbero camuffati sulle rocce incrostate da aufwuchs, ma questa è solo un'ipotesi dato che quella che dovrebbe essere una variante dell'OB, la forma O (arancione), in alcune popolazioni è molto più comune della forma normale e dell'OB. Sfido chiunque ad affermare che la forma O sia criptica.

Labeotropheus trewavasae "Thumbi West", femmina OB.
Fotografia di Robi63.

Labeotropheus trewavasae "Thumbi West", maschio OB.
Fotografia di Robi63.

Ma le femmine OB si accoppiano? La domanda sorge spontanea dato che nei ciclidi la livrea è un fattore importante nel rituale di corteggiamento. Sì, le femmine si accoppiano, anche perché, come sanno tutti coloro che allevano ciclidi, i maschi in genere non sono mai molto schizzinosi per quanto riguarda la scelta del partner. Per i maschi OB invece la livrea mutata dovrebbe rappresentare uno svantaggio dato che poche femmine sarebbero in grado di riconoscerli come conspecifici e quindi essere disposte ad accoppiarsi con loro. La situazione crea quindi una sorta di conflitto tra i sessi: la livrea OB nelle femmine è favorita e nei maschi no (tuttavia devo riportare che Ad Konings ha osservato in natura qualche accoppiamento tra maschi OB e femmine a livrea normale. Probabilmente la situazione è più complessa di quel che si crede).
Un articolo su Science chiarisce la natura genetica della colorazione OB che dipende da un gene chiamato Pax7. Pax7 è situato nei pressi di un altro gene che determina il sesso dell'individuo al punto che tutti coloro che hanno il gene responsabile della colorazione OB portano di fatto anche l'altro e sono perciò femmine. In una specie, una certa M. (genere non specificato purtroppo, immagino sia Maylandia o Metriaclima) sp. "kompakt" i maschi OB portano tutti e due i geni, ma hanno cambiato sesso per un meccanismo ancora ignoto (legare cambiamenti di sesso alla formazione delle specie non è una ipotesi insolita nel campo dei ciclidi; leggete questo articolo).
Conclusione interessante dello studio è che un tratto sotto selezione sessuale si è originato per mezzo della pressione dovuta alla "usuale" selezione naturale. Siamo noi umani che abbiamo bisogno di categorie: in natura i confini sono sempre molto incerti e le situazioni molto più sfumate di quanto appare.


E... ora qualcosa di completamente diverso

In gennaio avevo parlato del concorso Olympus BioScapes. Ora cito quello Nikon. Le fotografie sono elegantemente mozzafiato. La mia preferita? Sono indeciso tra la Notonecta (n° 48) e l'uovo di salamandra (n° 74). Da segnalare il piazzamento di due italiani tra i primi 20. Bravi.

16th Piazzamento, 2009 Massimo Brizzi Microcosmo Italia
Empoli, Firenze, Italia Lymnaea sp. uova (200x) Differential interference contrast.

Dr. Roger Hangarter Department of Biology Indiana University Bloomington
Larva di salamandra nell'uovo con alghe verdi simbiotiche (1x)

venerdì 2 ottobre 2009

Oggi il Bloganniversario: grazie

È già arrivato. Sembra ieri ed invece è passato un anno, nulla di fronte all'immensa età del lago Tanganica, ma molto nei confronti della mia vita. Confesso che ho aperto il blog soprattutto perché volevo dare un motivo al mio aggiornarmi che mi sembrava una vuota operazione mentale. In secondo luogo volevo scrivere e comunicare in una forma inedita per me. Non scrivevo più da tanti anni, "si vede" dirà qualcuno, e mettermi alla prova mi sembrava, e mi sembra tuttora, una buona idea. Nel frattempo ho ritrovato la gioia della lettura e del contatto con altri che hanno interessi simili ai miei ed anche un po' la gioia dell'acquariofilia che forse si stava spegnendo. Quindi grazie a tutti coloro che leggono, hanno letto e leggeranno il blog, a chi vi ha contribuito con immagini ed idee, a chi mi ha fornito gli articoli scientifici, a chi lo legge con continuità ed attenzione, a chi guarda solo le immagini, a chi è ciclidofilo, a chi invece non lo è, ma vi cerca qualche spunto, a chi vi giunge attraverso una ricerca in google, anche attraverso la più strana e variopinta, a chi si è stupito leggendolo, a chi lo ha trovato trito e ritrito, a chi lo ha cercato, a chi lo ha trovato per caso, a chi dopo averlo letto è andato a casa ed ha cambiato l'acquario, a chi è arrivato attraverso qualche forum. Se pensate di averci trovato qualcosa sappiate che io ne ho trovate di più scrivendolo e che senza di voi con ce l'avrei mai fatta. GRAZIE.

PS: sappiate anche che, come da sottotitolo, continuerò a divagare spesso e volentieri. Più che una promessa è una minaccia...

Associazioni alimentari

Esiste tutta una serie di comportamenti, generalmente noti per i pesci marini, in cui una specie si avvantaggia del comportamento alimentare di un'altra per risparmiare energia. L'associazione alimentare del genere più nota tra i ciclidi coinvolge i cosiddetti blue followers del lago Malawi (Placidochromis phenochilus per esempio) che seguono alcuni grossi ciclidi (Taeniolethrinops orbitalis) per rovistare tra la sabbia sollevata durante la loro ricerca del cibo. Ora anche il Sud America ha il suo caso di associazione alimentare che riguarda i ciclidi. A riportare la notizia per primo è stato Il Percomorfo ed io lo seguo a ruota.
Alcuni ciclidi (Crenicichla britskii, Satanoperca pappaterra, Cichla kelberi e Geophagus proximus) seguono le razze delle specie Potamotrygon motoro e P. falkneri che mentre si nutrono sul fondo muovono la sabbia mettendo allo scoperto possibili prede che possono essere catturate dai ciclidi. Generalmente associazioni di questo tipo in Sud America sono appannaggio dei caracidi, ma insieme alle razze non sono stati avvistati pesci del genere. Probabilmente perché le razze li predano. È davvero il caso di affermarlo: sorprendenti i ciclidi.
Per chi volesse farsi una cultura sulle associazioni alimentari di questo genere suggerisco di leggere questo post tratto ancora una volta da Il Percomorfo.


Garrone-Neto D., Sazima I.
2009. The more stirring the better: cichlid fishes associate with foraging potamotrygonid rays. Neotropical Ichthyology, 7(3):499-501.



Potamotrygon sp. "Rio Orinoco". Fotografato a Le Onde, Offanengo.

giovedì 1 ottobre 2009

La ragione ed il cuore

Ecco alcune fotografie catturate a Le Onde, Offanengo. Inutile dire che io ho preso tutt'altro, anche se è qualcosa che non avevo assolutamente preventivato. Come al solito la razionalità vale poco di fronte all'offerta, e soprattutto, ai moti del cuore.

Uaru fernandezyepezi, bacino del Rio Orinoco, nel bacino del fiume Atabapo, Sud America.

Triglachromis otostigma, Lago Tanganica, Africa.

Reganochromis calliurus, Lago Tanganica, Africa.

martedì 29 settembre 2009

SIAL: species in ancient lakes


Segnalo un interessante convegno appena tenutosi (7-11 Settembre) in Macedonia presso il lago Ohrid che ha avuto per tema "La speciazione nei laghi antichi". Ovviamente si è tenuta una sessione riguardante i Ciclidi che trattava alcuni temi ricorrenti: il ruolo della selezione naturale nella speciazione, pattern di struttura di popolazione lungo coste rocciose e fondali sabbiosi, distinzione morfologica e plasticità fenotipica (in Tropheus moorii). Per ora sono disponibili gli abstract mentre per la pubblicazione degli articoli veri e propri occorrerà attendere un numero speciale di Hydrobiologia che non penso vedrà la luce prima del 2011. Del precedente speciale di Hydrobiologia dedicato alla speciazione nei laghi antichi ne avevo parlato in questo post. Se volete saperne di più cliccate sull'immagine: è dal 1993 che periodicamente si tengono convegni dedicati al tema delle specie dei laghi antichi.

domenica 27 settembre 2009

Congresso AIC 2009

È passata una settimana dal Congresso AIC 2009 e non ho ancora pubblicato una foto dell'evento. Perché? Semplicamente perché Wolfgang Staeck stesso mi ha chiesto di non farlo (se ho capito bene!). Le foto che ho ripreso della sua conferenza devono essere messe a disposizione esclusivamente dei soci AIC. D'altronde Staeck è da anni il presidente della DCG, l'associazione che riunisce i ciclidofili tedeschi (mi diceva che attualmente gli iscritti sono solo 2500-3000, ogni paragone con l'italica situazione è sprecato) e parlando con lui si comprende quanto ci tenga al discorso associativo. Basti dire che per ridurre al minimo le spese sostenute da AIC Staeck ha volato alle 4 di notte. Per evitare incidenti diplomatici tra associazioni obbedisco. Posso comunque dare qualche breve accenno della conferenza della mattina di domenica che riguardava i ciclidi nani sudamericani non appartenenti al genere Apistogramma dato che non ho assistito a quella del pomeriggio che riguardava loro.


La conferenza ha trattato tutte e trentatre le specie di ciclidi nani sudamericani fino ad ora conosciuti (una notevole differenza di numero se pensiamo che gli Apistogramma a detta di Staeck sono circa 120). Oltre a mostrare foto di buona qualità, Staeck ha anche prodotto informazioni che difficilmente troveremo sui libri. Un esempio su tutti riguarda Mikrogeophagus altipispinosus che durante le cure parentali, in caso di necessità, raccoglie le larve in bocca e le trattiene per oltre mezz'ora. Anni fa ho allevato questa specie, ma non ho mai osservato questo comportamento. D'altronde l'acquario era pesantemente piantumato ed i pesci si sentivano ben protetti.

A sinistra Aldo Reggi, l'infaticabile segretario dell'AIC, e Wolfgang Staeck.

Molto interessante è stata anche la conferenza di Pietro de Checchi, socio AIC, riguardante la chimica dell'acqua. La sua esperienza è partita dall'osservazione dei fontanili delle sue zone, Padova, e della lussureggiante vegetazione che accolgono. L'analisi delle acque di fontanile non ha mostrato molte differenze con l'acqua di casa, ma purtroppo in acquario la situazione non è così rosea. La sua ipotesi di lavoro è che nell'acqua di rubinetto ci sia tutta una serie di composti che non sono rilevabili facilmente e che influiscono sull'equilibrio dell'acquario. La sua proposta è quindi di filtrare l'acqua da immettere in vasca con carbone attivo per circa una settimana. Devo dire che per uno come me che ha appena installato dei punti di carico-scarico dell'acqua questo discorso non è per nulla rassicurante.
La partecipazione al congresso è stata discreta e c'è stato il tempo per discutere con i relatori e tra i soci. Al congresso 2010, si progetta il gradito ritorno di un relatore di notevole spessore. Un indizio. Ho parlato di lui recentemente in questo blog. Spero proprio che accetti.

domenica 20 settembre 2009

Due nuove specie, una di meno ed una ridefinizione

Correva l'anno 1989 e si stava compiendo una piccola rivoluzione a riguardo della tassonomia dei ciclidi del lago Malawi. Il genere contenitore Haplochromis veniva smembrato da Eccles e Trewavas in una miriade di nuovi generi sulla base del disegno melaninico. Il tentativo ebbe successo al punto che anche i "comuni" appassionati in pochi anni conoscevano i nomi dei nuovi generi. Per alcuni generi tuttavia il lavoro non era finito dato che la loro definizione non era sufficientemente accurata. Otopharynx e Stigmatochromis, per esempio, vengono dtuttora ifferenziati tra loro per via della macchia sopra-pettorale e sovraanale. Otopharynx possiede una macchia sovrapettorale di grandi dimensioni posta sotto o a cavallo della linea laterale superiore, mentre Stigmatochromis possiede una macchia sovrapettorale piccola. Stigmatochromis possiede inoltre una mascella inferiore che si estende oltre il premascellare a differenza di Otopharynx il cui muso è corto. A vent'anni di distanza da quella pubblicazione Ad Konings, Jay Stauffer Jr. e Rachel Cleaver mettono un po' d'ordine partendo dall'analisi morfologica di alcune popolazioni di Otopharynx lithobates.
Al termine del lavoro gli autori concludono che vista l'impossibilità di distinguere tra loro i generi Stigmatochromis e Otopharynx in base ai criteri di Eccles e Trewavas, il genere Stigmatochromis è ora contraddistinto da un muso allungato (il naso è lungo quanto, se non di più, dell'osso post orbitale) e dal possesso di numerosi denti unicuspidati (dotati di una sola punta cioè) sulla serie esterna della mascella orale. Un'altra conclusione del lavoro è che O. lithobates è una specie molto variabile, al punto che un'altra specie ritenuta a se stante da Konigs agli inizi degli anni '90 (O. walteri), viene ora inclusa nello spettro di variazione morfologica di O. lithobates. Questa potrebbe essere ritenuta una buona notizia dato che invece di continuare a descrivere specie, spesso con scarse differenziazioni tra loro, Ad Konings preferisce riunire. Insomma, per erigere una specie non bastano più piccole differenze, occorre qualcosa di più creativo e soprattutto rispondente ad un criterio diciamo biologico e soprattutto occorre una visione d'insieme delle popolazioni.
Per finire ecco le due specie di cui non riporto la diagnosi della colorazione dato che appare in fotografia.



Otopharynx spelaeotes n. sp.


Otopharynx spelaeotes maschio fotografato a Jalo Reef.
Fotografia di Ad Konings. Tutti i diritti riservati.


Sinonimi Otopharynx sp. "cave"

Distribuzione
Diffuso lungo la costa orientale e occidentale del Lago Malawi per circa due terzi della lunghezza del lago. Lungo la costa occidentale il punto più a sud è Jalo Reef nei pressi di Nkhotakota, mentre lungo la costa orientale la popolazione più meridionale è a Gome dove convive con O. antron. Le popolazioni a maggiore densità sembrano essere quelle settentrionali dove la costa rocciosa presenta la maggiore inclinazione.

Habitat ed ecologia O. spelaeotes preferisce le cavità di grandi dimensioni presenti negli ambienti rocciosi costituiti da massi di grandi dimensioni. La maggior parte degli avvistamenti riferiscono di individui solitari che frequentano habitat oltre i 10 m di profondità. I maschi in riproduzione occupano un territorio all'interno di grandi cavità. Questi ciclidi si nutrono del materiale raccolto dalla superficie delle rocce che spesso include le deiezioni dei ciclidi erbivori.


Otopharynx antron n. sp.

Otopharynx antron maschio fotografato a Gome.
Fotografia di Ad Konings. Tutti i diritti riservati.


Sinonimi Stigmatochromis sp. "modestus eastern"

Distribuzione
In base ai dati attuali O. antron è diffuso unicamente lungo un tratto di 20 km di costa orientale tra Gome e Nametumbwe. Le popolazioni presenti mostrano densità molto ridotte ed una spiccata preferenza per gli ambienti di profondità.

Habitat ed ecologia O. antron è stato osservato raramente. La popolazione di Nametumbwe è formata quasi esclusivamente da maschi in livrea riproduttiva che difendono piccole cavità in un ambiente misto di sabbia e roccia alla profondità di 10-15 m. I territori sono disposti a distanza di 4-10 metri l'uno dall'altro. Le popolazioni di altre località (Chiofu e Gome) vivono in ambienti a 35-60 m di profondità.

Cleaver R. M., Konings A. F. Jay R. Stauffer, Jr. 2009. Two new cave-dwelling cichlids of Lake Malawi, Africa. Ichthyol. Explor. Freshwaters, 20(2): 163-178.

martedì 15 settembre 2009

Count Down

È iniziato il conto alla rovescia per il congresso AIC 2009. Il relatore principale di quest'anno è Wolfgang Staeck. Se volete avere qualche notizia su questo personaggio dell'acquariofilia contemporanea non posso che consigliarvi di leggere questo post di Paolo Salvagiani pubblicato sul forum dell'AIC.
Ovviamente io sarò a Faenza per incontrare amici che vedo di rado, per ascoltare le conferenze e per vedere i pesci della borsa. La mia speranza è di riuscire a prendere qualche appuntodelle conferenze in modo da poter relazionare quanto accade. Sto pensando anche di dare una specie di copertura live dell'evento attraverso il mio account in twitter. Non so se funzionerà, ma ci proverò. Nel frattempo sto rimuginando sulla descrizione (di qualche settimana fa in realtà) di due nuove specie di Otopharynx (O. antron e O. spelaeotes) . A breve qualche considerazione, prima che arrivi qualche nuova specie.

lunedì 31 agosto 2009

Crolla un mito


Coppia di Pelvicachromis taeniatus "Moliwe", una popolazione diffusa nel Camerun occidentale.
Fotografia di Jérôme Scuiller.


L'estate ciclidofila ribolle di novità (specie nuove del Lago Malawi, articoli sulla radiazione dei ciclidi del lago Tanganica) ed io cosa faccio? Curioso qua e là. Il curiosare a caso spesso mi offre grande soddisfazione, spesso più della ricerca sistematica delle notizie.
Pensate ad un numero, cioè volevo dire, pensate ad un ciclide monogamo. Boulengerochromis microlepis? In effetti è un ciclide monogamo, ma io penso a qualcosa di più acquariofilo. Eretmodus cyanostictus? Questo è un ciclide monogamo e discretamente diffuso negli acquari, ma io guardo all'Africa occidentale. Pelvicachromis? Bravi avete indovinato, in particolare penso a Pelvicachromis taeniatus, una specie che sia in acquario che in natura è monogama o perlomeno sembra. Quando si parla di monogamia nei ciclidi non si deve intendere una relazione duratura, nei animali basta che la relazione duri esclusivamente per una stagione riproduttiva perché si possa parlare di monogamia. Pelvicachromis taeniatus forma legami stabili con i due sessi che si dividono alla pari, o quasi, i duri compiti di accudimento della prole. Il recente sospetto è che anche i Pelvicachromis taeniatus non siano così fedeli come sembrano. Infatti i maschi di questa specie producono gli spermatozoi più lunghi tra tutti i ciclidi: 70 micrometri. Il precedente record era stabilito da Telmatochromis vittatus che però produce spermi lunghi la metà. Per qual motivo Pelvicachromis taeniatus deve investire così tanto negli spermatozoi? Una risposta certa non esiste per ora; tentiamone una dando una veloce panoramica agli animali che producono spermatozoi giganti. Il record mondiale è per ora detenuto da un moscerino (Drosophila bifurca) che ha spermatozoi di 5,8 cm. Date le enormi dimensioni degli spermatozoi un maschio di D. bifurca non può che generare poche centinaia di tali cellule in tutta la sua vita. I vantaggi di produrre spermi enormi sembrano essere molteplici. In alcune specie gli spermatozoi giganti sono più veloci di quelli piccoli. In altre gli spermatozoi giganti sembrano combattere tra loro, ma non è ancora chiaro se combattano veramente o semplicemente si scontrino durante gli spostamenti; in altre specie ancora gli spermatozoi giganti bloccano il condotto dell'apparato genitale femminile in modo che la femmina infedele non possa godere di spermatozoi di altri maschi. In Pelvicachromis taeniatus gli spermatozoi giganti possono sembrare una stranezza visto il regime di monogamia stretta della specie, ma scommettete che forse tanto monogami questi ciclidi non sono? L'esistenza degli spermi giganti troverebbe una spiegazione se in questa specie si osservassero dei maschi "sneakers", i maschi che durante gli accoppiamenti si introducono di soppiatto per cercare di fecondare qualche uovo. Gli spermatozoi giganti, infatti, impedirebbero agli spermi più piccoli di fecondare le uova, ma purtroppo nessuno ha ancora osservato maschi sneaker in questa specie.
Le sorprese con Pelvicachromis taeniatus non sono finite qui, ma vista l'ora non rimane che darci appuntamento al prossimo post.

Thünken T., Bakker T. C. M., Kullmann H.. 2007.
Extraordinarily long sperm in the socially monogamous cichlid fish Pelvicachromis taeniatus. Naturwissenschaften, 94: 489-491.

domenica 16 agosto 2009

Chiuso per calura


L'afosa calura estiva mi rende impossibile qualcunque attività e produrre un wordle è stata un'impresa quasi aldilà della mia attuale residua attività neuronale. Osservando il wordle noto che come mio solito il concetto di specie è saldamente al centro del blog. Le idee per i prossimi post non mancano (domesticazione, convergenze evolutive, cure parentali...), ma temo che ci sia bisogno di un paio di gradi centigradi in meno perché vedano la luce. Nel frattempo il maschio di Altolamprologus sp. "compressiceps shell Ujij" sta corteggiando spietatamente una femmina apatica nonostante i 31°C dell'acqua (ogni cambio d'acqua è vano). Contento lui...

giovedì 13 agosto 2009

L'alga "assassina"

Il recente (s)parlare di alga assassina sui media mi ha spinto a rispolverare un libro che lessi qualche anno fa. Vi propongo perciò una breve recensione.



Sono là fuori, stanno avanzando. Sono ostili. Nulla li ferma, sono invincibili. Non si tratta di una finzione di Orson Welles, gli invasori esistono. Sono le specie aliene ed invasive, organismi che per scherzo del destino o per deliberata azione sono stati immessi in un territorio che non li vedeva presenti. Una volta insediatisi gli alieni sono in grado di riprodursi in modo incontrollato; non esistono, infatti, competitori efficienti o predatori specializzati in grado di contrastarli. È il caso di Caulerpa taxifolia, un'alga verde tropicale recentemente comparsa nel Mar Mediterraneo. A detta dell'autore, il noto ficologo (si chiamano così gli studiosi di alghe) Prof. Alexandre Meisnez, i primi esemplari di quest'alga sono stati gettati in mare dalle finestre del Museo Oceanografico di Monaco durante la manutenzione delle vasche. In acquari ben funzionanti alghe di questo genere tendono ad occupare tutto lo spazio disponibile e periodicamente devono essere sfoltite per non mettere a rischio l'equilibrio dell'ecosistema artificiale. Il fatto di essere tropicali tuttavia dovrebbe impedirne la sopravvivenza in un mare temperato. Oppure il cosiddetto mare temperato, tanto temperato non lo è più?
Alga invasiva e pure "assassina"! Numerosi rappresentanti del genere Caulerpa, infatti, producono tossine, anche mortali. Non deve stupire la presenza di composti tossici, si tratta di una delle innumerevoli strategie difensive messe in atto da alghe e vegetali in genere. È raro tuttavia che l'uccisione sia diretta perché gli animali imparano in fretta ad evitarla, un po' come le mucche che in un prato sanno cosa mangiare e cosa no. Quindi che male c'è in una "nuova" specie che colonizza il Mediterraneo? Nessuno, se non fosse che soffoca le foreste della fanerogama simbolo del Mare Nostrum, la Posidonia, uno degli ultimi ambienti più biodiversi del Mediterraneo. Nessuno, se non fosse che ricopre pareti dove vivono una fauna ed una flora marina ampie e diversificate. Nessuno, se non fosse che la maggior parte degli animali la evitano. Queste sono le denunce del Professor Meisnez che per primo ha sollevato la controversa questione Caulerpa. Lanciato il sasso nasce la disputa che procede secondo uno schema collaudato (avete presente il meccanismo messo in atto dalle case produttrici di tabacco quando si iniziò a parlare del rapporto sigarette-tumore al polmone?). L'alga c'è, ma non c'è. La sua avanzata, infatti, non è stata notata subito. Se c'è significa che è originaria del Mediterraneo. Qualcuno, infatti, ha affermato che l'alga misteriosa era una specie risvegliatasi da una sorta di lungo letargo. Anche se è tropicale che influsso negativo volete che abbia? Oltre alle varie incertezze scientifiche aggiungete la proverbiale lentezza burocratica della macchina statale, un aspetto che non sembra essere solo italiano, e si ottiene che quando si grida "Al lupo" la reazione non arriva.
Il "Caulerpa affair" ha vari piani di lettura. Un'alga tropicale, un'autorevole istituzione scientifica, il rimpallo delle responsabilità et voilà, il gioco è fatto. Televisioni, giornali, riviste avranno di che rimestare dando spesso la parola a certi esperti del settore che cavalcheranno l'onda per divulgare i risultati delle proprie ricerche (convinzioni o preconcetti in alcuni casi?) senza lasciare possibilità di replica agli oppositori. Le tivù, la radio e, perché no, internet raggiungono un numero enorme di persone, inimmaginabile anche per le più autorevoli riviste scientifiche. Non importa che le fonti non siano controllate, un controllo serio richiede tempo e competenza che ben pochi si possono permettere.
Manca la ciliegina sulla torta, l'aspetto che più turba l'acquariofilo che è in me. Gli studi genetici hanno identificato l'origine della Caulerpa invasiva: è lo stesso ceppo presente negli acquari domestici di tutto il mondo. È quasi come essere complici, anche se involontari, di un assassinio.
Rivisto a qualche anno di distanza dalla pubblicazione, l'edizione francese è del 1997, mentre quella italiana è del 2001, il volume mi ispira uno strano sentimento di tenerezza che stride con lo sdegno che mi procurò al tempo; allora mai avrei immaginato che i pesci pappagallo avrebbero scambiato l'arcipelago Toscano per un mare tropicale oppure che i barracuda sarebbero diventati protagonisti dello spinning contemporaneo in Mediterraneo. L'alga assassina è la punta mediatica di una trasformazione globale che procede inesorabile nell'omogeneizzazione ambientale. Già sulla terraferma a volte non sai se si trovi a Singapore, Milano, Londra, Washington. Il paesaggio è lo stesso dapperttutto: un po' di robinia, ailanto, qualche betulla. Ora anche l'ambiente sommerso per quanto possibile si sta adeguando: i tropici a casa tua o casa tua come i tropici. Che differenza c'è?


Alexandre Meinesz. L'alga assassina. Caulerpa taxifolia: un attentato alla biodiversità del Mediterraneo. Bollati Boringhieri, p. 285, € 24.79.

martedì 11 agosto 2009

Mating system: cambiare strategia a seconda delle circostanze

Un maschio di Ctenochromis horei.
Fotografia di Philippe Burnel.


Noi umani permeati di essenzialismo fino al midollo cerchiamo di incasellare nelle nostre categorie mentali i comportamenti degli altri esseri viventi e se i conti non tornano tendiamo a ritenerle deviazioni, aberrazioni. Si pensi alle strategie riproduttive che in una specie possono essere molto diversificate a seconda della densità di una popolazione, del rapporto tra i sessi, della fecondità e del comportamento con cui si sceglie il partner. Ne deriva che può risultare impossibile definire in modo univoco il comportamento riproduttivo di una specie. Rimanendo nell'ambito dei ciclidi e nello specifico dei Ciclidi del Lago Tanganica, Neolamprologus tetracanthus per esempio mostra un comportamento haremico con conseguente cura parentale esclusivamente femminile nelle popolazioni meridionali, mentre in quelle settentrionali instaura legami monogami che costringono entambi i sessi a collaborare nella cura della prole. Da tempo è noto che ad influire sul sistema riproduttivo dei ciclidi che depongono su substrato è soprattutto la pressione predatoria che quando si allenta libera il maschio dalle cure parentali permettendogli di andarsene alla ricerca di altri partner. Questo avviene perché l'investimento maschile, quella manciata di spermatozoi rilasciata durante l'accoppiamento, è poca cosa in confronto alla massa di uova prodotte dalle femmine. Stranamente i fattori che influiscono sugli incubatori orali sono poco conosciuti. Curioso se si valuta che la maggior parte dei ciclidi che compono gli species flock dei Grandi Laghi africani appartiene a tale categoria.


Una coppia di Ctenochromis horei durante la deposizione delle uova.
Fotografia di Philippe Burnel.

Per tentare di iniziare a colmare tale lacuna un recente studio ha investigato la variabilità del sistema riproduttivo di Ctenochromis horei, un ciclide del lago Tanganica che frequenta le aree costiere superficiali da 1 a 4 metri di profondità. Fino ad ora le conoscenze sul sistema riproduttivo di questo ciclide erano limitate ad osservazioni risalenti ai primi anni '90. Secondo quanto riportato le popolazioni settentrionali di Ctenochromis horei si riproducono lungo tutto l'anno mostrando una rigida scala gerarchica che permette quasi esclusivamente la riproduzione al maschio dominante. Il nuovo studio invece ha avuto come oggetto una popolazione meridionale ed ha riservato alcune sorprese. In questa piccola popolazione (è stato investigato un territorio di 200 metri quadrati) i maschi che hanno avuto la possibilità di riprodursi erano diversi. Alcuni erano maschi "parassiti" (sneakers: maschi che durante l'accoppiamento si introfulano tra la coppia per espellere degli spermatozoi sulle uova) ed il loro numero si è rivelato superiore a quanto atteso. Inoltre il numero di maschi parassiti sembra essere più elevato al termine della stagione delle piogge quando l'acqua è più torbida e più favorevole all'avvicinamento di un maschio parassita ad una coppia in amore. È proprio vero che le tenebre favoriscono comportamenti "licenziosi"!
Ancora una volta i ciclidi si dimostrano meravigliosamente plastici, anche quando si tratta di una specie la cui cura della prole non dimostra variazioni, che si riproduce tutto l'anno tra l'altro in un ambiente ritenuto relativamente stabile quale può essere uno dei più grandi laghi tropicali al mondo. Stabilite voi ora qual è l'essenza di questo ciclide.

Sefc K. M., Hermann C. M., Koblmüller S. 2009. Mating system variability in a mouthbrooding cichlid fish from a tropical lake. Molecular Ecology. 18: 3508-3517.


PS: questo è un post rigorosamente di speculazione scientifica ed ogni riferimento alla filosofia è da ritenersi puramente accidentale dato che ho abbandonato tale disciplina al termine del liceo.

PPS: ringrazio Philippe Burnel per aver condiviso le sue fotografie di Ctenochromis horei.

lunedì 10 agosto 2009

Enigmatochromis lucanusi. Una nuova specie dall'altra Africa

Giovane coppia di Enigmatochromis lucanusi.
Fotografia di Jérôme Scuiller.

Noi ciclidofili siamo talmente concentrati sui Ciclidi dei Grandi Laghi africani che spesso ci dimentichiamo dell'altra Africa, l'Africa occidentale. Per fortuna c'è chi lavora per noi! Anche lì abbondano le scoperte.
Anton Lamboj ha eretto il nuovo genere Enigmatochromis per una specie di Chromidotilapino proveniente dalla Guinea che in acquariofilia è conosciuta dal 2004 sotto il nome di Pelvicachromis sp. "Blue Fin". Enigmatochromis lucanusi, questo il nome, si contraddistingue per l'insolita colorazione blu della pinna dorsale della femmina. Prima di procedere ringrazio Jérôme Scuiller che con entusiasmo ha messo a disposizione le fotografie di questa specie ancora poco diffusa tra gli appassionati.


Enigmatochromis lucanusi n. sp.

Diagnosi Enigmatochromis si distingue dagli altri generi di Chromidotilapini per una combinazione unica di caratteri tra cui si evidenziano le 12 scaglie sul peduncolo caudale, la linea laterale nettamente separata dalla base della pinna dorsale e una serie di ossa infraorbitali con il lacrimale e tre tubulari addizionali. Il nome Enigmatochromis si deve alla presenza di caratteristiche intermedie tra i generi Pelvicachromis e Parananochromis.

Colorazione e morfologia Il corpo è nettamente allungato. Le pinne impari del maschio mancano di marcature tranne nella pinna dorsale che riporta alcuni spot neri nella porzione posteriore. Sempre nei maschi la pinna caudale, da biancastra a gialla, mostra delle macchie ocellate. Le femmine possono presentare uno o due spot sulla pinna dorsale.


Femmina di Enigmatochromis lucanusi.
Fotografia di Jérôme Scuiller.

Maschio di Enigmatochromis lucanusi.
Fotografia di Jérôme Scuiller.


Distribuzione Per quanto conosciuto fino ad ora Enigmatochromis lucanusi è diffuso unicamente nel fiume Foto, un piccolo corso d'acqua di savana che scorre nei pressi della città mineraria di Fria lungo la costa della Guinea a nord di Konacry.

Habitat ed ecologia Il fiume Foto è ampio dai 3 ai 6 metri e durante la stagione secca è profondo dai 30 ai 90 cm. I parametri chimico-fisici dell'acqua rilevati durante la stagione secca (Febbraio 2006) sono: durezza totale 0, durezza carbonatica 0, pH 5.8, temperatura 24 °C. Il fondo del fiume è costituito da ghiaia fine e nei punti dove penetra la luce accoglie densi ammassi di Vallisneria sp. Le ripe sono ricoperte da Anubias lanceolata mentre i massi e gli alberi caduti in acqua sono ricoperti da felci e in particolar modo da Bolbitis heudelotii. L'unico altro ciclide presente insieme a E. lucanusi è Pelvicachromis humilis.

Comportamento In acquario E. lucanusi forma legami di coppia e depone su substrato in cavità e come in molte altre specie del gruppo dei Chromidotilapinii la femmina mostra cure parentali più intense. Durante la riproduzione il maschio mostra l'usuale banda longitudinale scura che a differenza delle specie di Pelvicachromis, Congochromis e Parananochromis è sfumata o assente nella femmina.

Note La specie è dedicata a Oliver Lucanus che nel 2004 ha ricevuto i primi esemplari ed ha fornito indicazioni sull'ambiente della specie. Inizialmente la specie è stata ritenuta molto simile a Pelvicachromis roloffi, tuttavia E. lucanusi non può essere ritenuto un Pelvicachromis per la presenza di 12 scaglie sul peduncolo caudale (usualmente il genere Pelvicachromis ha 16 scaglie sul peduncolo caudale). Il genere con cui Enigmatochromis ha maggiori somiglianze morfologiche è Parananochromis da cui si distingue tuttavia per distribuzione geografica, notevole dicromatismo sessuale, livrea giovanile (3-4 file di punti scuri contro 2), assenza di banda longitudinale scura nelle femmine durante le cure parentali e infine per i risultati preliminari delle analisi molecolari che lo avvicinano nuovamente a Pelvicachromis.

Femmina di Enigmatochromis lucanusi.
Fotografia di Jérôme Scuiller.

Lamboj A. 2009. A new dwarf cichlid genus and species (Teleostei, Cichlidae) from Guinea, West Africa. Zootaxa 2173: 41-48.

venerdì 7 agosto 2009

Torbiere d'Irlanda


Nelle due settimane di vacanza in Irlanda ho avuto modo di osservare e visitare le torbiere. Se qualcuno volesse conoscere meglio questo ambiente consiglio di scaricare il volume della serie Quaderni Habitat dedicato alle torbiere montane edita dal Ministero dell'Ambiente o di dare un'occhiata a wikipedia per una presentazione generale (qui e qui). Ho potuto quindi osservare massicce fioriture di erioforo (Eriophorum angustifolium, Common cotton-grass il nome comune inglese) e vaste distese di drosera (Drosera rotundifolia, round-leaved sundew in inglese). Qualcuno che ha maggiore familiarità con l'ambiente irlandese liquiderà queste due piante come specie molto comuni, ma io trovo che la relativa diffusione che le caratterizza non mina il loro valore conservazionistico.

Eriophorum angustifolium, in torbiera irlandese





Drosera rotundifolia, in torbiera irlandese.

Termino questo succinto report con una piccola nota. A causa dell''inquinamento la drosera rischia di perdere la caratteristica che più la contraddistingue: una pianta carnivora può, infatti, smettere di essere carnivora. La carnivoria è una strategia che risponde alla cronica mancanza di azoto tipica di certi ambienti che viene sopperito attraverso la cattura di insetti. L'essere carnivori richiede tuttavia energia che viene sottratta alla crescita delle foglie e delle radici. E qui sta l'inghippo. Nei periodi di "vacche grasse" le piante carnivore si dedicano a condurre una vita che potremmo considerare più tradizionale per una pianta (produrre massicce quantità di clorofilla, sviluppare foglie che fotosintetizzino efficacemente e radici che ancorino saldamente al terreno) dismettendo tutto il necessario per catturare e digerire una manciata di incauti invertebrati. Attualmente la maggior parte delle torbiere soffre di eccesso di azoto dovuto alla fertilizzazione dei campi coltivati e le piante carnivore cercano di adattarsi alle nuove condizioni. Se fossi un insetto probabilmente tirerei un sospiro di sollievo, da essere umano innamorato della diversità della vita invece temo di perdere l'opportunità di continuare ad osservare uno stile di vita che dura da oltre 125 milioni di anni.

Tornando a pensieri più ameni vi avviso che su youtube ho inaugurato il canale Mahengechromis (magari verrà utile prossimamente). Il battesimo è avvenuto con un video di una rigogliosa fioritura di erioforo ripresa in una delle torbiere che ho visitato. Buona visione.