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giovedì 23 aprile 2015

Alla ricerca del mare sopra la montagna: Danakilia dinicolai


A breve distanza dalla recente spedizione in Eritrea ho il piacere di ricevere da Giorgio Chiozzi il resoconto di un ulteriore viaggio alla ricerca di Danakilia dinicolai. Lascio a lui la parola. Per chi volesse rileggersi l'intera vicenda consiglio di aprire questo e quest'altro link.

Lago Abaeded o Ab Hebed
Fotografia di Giorgio Chiozzi

A distanza di tre mesi dalla prima spedizione africana che ha fruttato la scoperta di due nuove popolazioni di Danakilia fino ad allora sconosciute, sono ancora qui, ospite del blog di Livio Leoni, a raccontare delle mie nuove esperienze in Africa. Sono tornato ancora a percorrere le polverose e torride piste della Dancalia eritrea, ma questa volta ero in compagnia di Giuseppe De Marchi, scopritore della seconda specie nota per il genere Danakilia (D. dinicolai) e suo descrittore nel 2010, con Melanie Stiassny e Anton Lamboj.
Siamo arrivati ad Asmara il 29 marzo e per i primi giorni ci siamo dedicati all'organizzazione logistica della spedizione in Dancalia: acquisto di viveri, noleggio dell'auto fuoristrada, acquisizione dei permessi di viaggio e ricerca e sistemazione delle attrezzature e dei materiali necessari per le raccolte. In Eritrea, non è mai banale l'organizzazione di un viaggio in zone così remote, soprattutto per i problemi legati all'ottenimento dei permessi di transito in aree di confine con l'Etiopia, considerate potenzialmente pericolose per il persistente stato di allerta militare e la possibile presenza di armati irregolari, gli "sciftà", che si muovono praticamente indisturbati tra un confine e l'altro. Tuttavia, grazie all'ottimo rapporto di collaborazione che abbiamo instaurato in più di 15 anni con i responsabili eritrei appartenenti alle autorità e ai ministeri competenti sull'ambiente, abbiamo ottenuto ancora una volta il permesso per partire. Finalmente, il 2 aprile di buon'ora abbiamo lasciato alle nostre spalle Asmara e in serata eravamo già nella depressione Dancala, nell'ospitale, anche se poverissimo, villaggio afar di Adaito. Con noi viaggiavano Futsum Hagos, esperto di asini selvatici africani della Forestry and Wildlife Authority, e Yohannes Mebrathu, biologo marino del Ministry of Marine Resources alla sua prima esperienza di viaggio nell'interno della Dancalia. La nostra meta principale era raggiungere il Lago Abaeded o Ab Hebed, come lo chiamano gli afar, il "mare sopra la montagna". Si tratta infatti di un lago creatosi all'interno del cratere di un vulcano e sempre rifornito d'acqua grazie alla presenza di sorgenti sotterranee calde che lo alimentano. In questo laghetto di serena e limpida bellezza vive e prolifera con migliaia di esemplari la bellissima Danakilia dinicolai. Per la ricerca in corso sulle Danakilia era necessario raccogliere degli esemplari di questa specie e soprattutto il loro DNA. Il raggiungere il lago è tutt'altro che semplice e, memori dei problemi riscontrati durante la scorsa spedizione, abbiamo puntato tutto su questa meta, posticipando qualunque altra esplorazione dell'area per evitare imprevisti dell'ultimo minuto. Con l'aiuto di una guida afar del villaggio di Badda, passando in fuoristrada tra i campi di sorgo che vengono coltivati lungo i numerosi bracci in cui si divide il fiume Ragali nel tratto pianeggiante che segna il confine con l'Etiopia, evitando le insidie della sabbia nei campi di dune e restando lontani dalle postazioni militari di prima linea, siamo arrivati a un punto in cui l'unico modo per procedere era di caricarci tutto in spalla e attraversare a piedi una pianura desertica fino al cratere del lago Abaeded.
Speravo di vedere un bel panorama, ma lo scenario che mi si è parato davanti superata la duna di sabbia che porta sull'orlo del cratere era qualcosa di più: era di una bellezza spoglia e selvaggia pressoché indescrivibile. Il lago sul fondo del cratere è di un azzurro verdastro, quasi turchese, cinto da un vertiginoso muraglione di rocce vulcaniche bruno scuro, che apparivano nere nel sole della tarda mattinata. Alle rocce vulcaniche nere faceva da contrappunto il biancore abbacinante della duna di sabbia che ripidamente scende verso la sponda che si presenta cinta da una fascia verde di canne palustri e tamerici. Dal mio punto di osservazione, solo due piste di orme lasciate da un dromedario e da una gazzella mi convincevano che la sensazione di assoluta, minerale asetticità del luogo fosse solo apparente. Le acque del lago sono particolarmente trasparenti e, nonostante la sponda scenda rapidamente fino a una decina di metri di profondità, permettono una buona visione dei pesci presenti.

Un maschio di Danakilia dinicolai che si prende cura del nido
Fotografia di Giorgio Chiozzi

Si tratta solo di due specie, la già citata Danakilia dinicolai e di una forma non ancora studiata del genere Aphanius, quasi certamente affine ad Aphanius dispar. Di entrambe le specie erano presenti numerosissimi individui di tutte le taglie, cosa che indica l'assenza di una stagione riproduttiva circoscritta. Nelle acque presso la riva era possibile notare la presenza di molti maschi in colorazione riproduttiva, che facevano la guardia ai loro rispettivi pozzetti di riproduzione, scavi poco profondi nel substrato del fondo e distanziati tra loro da alcune decine di centimetri fino a pochi metri, respingendo aggressivamente ogni intruso. La temperatura dell'acqua presso la riva in corrispondenza dei pozzetti scavati dai maschi non era elevata come nei punti di fuoriuscita delle acque sorgive calde (dove i pesci non si riproducevano), ma si attestava sui 32 °C alle ore 11:00. L'acqua era debolmente basica (pH 7,8), mentre l'ossigeno (tra 8 e 10 mg/l) era particolarmente abbondante. Una lettura con il conduttivimetro elettronico purtroppo mi ha fornito solo l'informazione generica di un elevatissimo contenuto di sali disciolti perché fuori dai valori massimi di taratura dello strumento. La raccolta di campioni di acqua, tuttavia, mi permetterà di ricavare dati più precisi e completi in laboratorio. Purtroppo, l’estrema calura non ha permesso di mantenere in vita degli esemplari per l’allevamento in cattività, cosa che avevamo sperato di poter fare.

Uno scorcio del fiume Sariga.
Fotografia di Giorgio Chiozzi

Nei giorni successivi ci siamo recati lungo il fiume Sariga che durante la spedizione di dicembre 2014-gennaio 2015 non aveva fornito che degli esemplari di Aphanius. Da casa, con l’aiuto di Google Earth, avevamo ipotizzato la presenza di un paio di stazioni interessanti lungo il Sariga. Dalle immagini satellitari si poteva infatti evidenziare una vegetazione abbondante indizio di acque permanenti e perciò di pesci. In giorni diversi si siamo recati in due località lungo il corso del fiume. Nella prima, situata a una ventina di chilometri dal punto esplorato a gennaio, non abbiamo trovato che degli Aphanius. L’acqua rimasta nelle pozze non era particolarmente abbondante e profonda e la vegetazione era povera, denotando il carattere avventizio delle raccolte d’acqua residuali. Il giorno successivo, invece, dopo aver passato la notte presso un avamposto militare, ci siamo diretti nel luogo che maggiormente ci dava speranza di potere fruttare interessanti scoperte. Dopo avere attraversato un tratto desertico ci siamo trovati sull’orlo di un canyon scavato nel gesso dalla forza del fiume e sotto di noi, a una quarantina di metri, in un paesaggio bellissimo e di inaspettato contrasto, si scorgeva una vegetazione lussureggiante e una gran quantità d’acqua. Seguendo la pista lasciata dagli asini selvatici che usano le pozze per abbeverarsi, siamo riusciti a scendere lungo il letto del fiume, fino a -88 m. L’acqua era piuttosto limacciosa e, in un primo momento, l’unica specie sembrava essere l’onnipresente Aphanius, visibile in abbondanza presso la riva. Poi, guardando meglio, abbiamo visto anche delle piccole Danakilia e ci siamo rincuorati: se c’erano i giovani, c’erano certamente anche gli adulti! Estratta la sciabica dallo zaino abbiamo fatta la prima retata, praticamente alla cieca. Quando abbiamo sollevato la rete c’erano almeno 150 pesci di tutte le misure, ma soprattutto ci trovavamo in presenza della quarta popolazione vitale del genere Danakilia! L’acqua del Sariga alle ore 8:30 ha una temperatura di 25,9 °C e pH 8. L’ossigeno disciolto è abbondante (8-10 mg/l), mentre la conduttività (come nel Lago Abaeded) è talmente elevata da uscire dal limite massimo di taratura del conduttivimetro. Anche in questo caso i campioni d’acqua raccolti mi daranno risultati più precisi.
Nella giornata seguente siamo tornati sul fiume Shukoray già visitato a gennaio per effettuare delle riprese subacquee dei maschi di Danakilia che abbiamo trovato ancora in riproduzione e prendere dei campioni d’acqua.
La prossima spedizione mi vedrà in Etiopia sul Lago Afrera. Spero di raccogliere esemplari di Danakilia franchettii che mi permetteranno di trarre, grazie al DNA e alla morfologia comparata, delle considerazioni filogenetiche sull’intero genere di questi stimolanti ciclidi, già ora un po’ meno misteriosi.

Yohannes Mebrathu, Giuseppe De Marchi, Futsum Hagos, Giorgio Chiozzi
Per concludere, desidero ringraziare Melanie Stiassny e l’American Museum of Natural History per l’importante contributo economico dato alla spedizione. Senza questo aiuto sarebbe stato tutto più difficile. Desidero anche ringraziare Mauro Fasola (Università di Pavia) e Anton Lamboj (Università di Vienna) per l’appoggio morale e i consigli e Gianni Ghezzi (Le Onde, Offanengo CR) per la sponsorizzazione tecnica. Un sentito ringraziamento ai colleghi e amici eritrei (Futsum Hagos e Yohannes Mebrathu) per l’impegno personale sul campo e l’indispensabile assistenza per l’ottenimento dei permessi di ricerca. Un ringraziamento speciale al mio inseparabile compagno di viaggi e amico Giuseppe De Marchi.

mercoledì 15 aprile 2015

Intanto, in una galassia lontana

Intanto, in una galassia lontana...


Danakilia dinicolai, Lago Ab Heded (Abaeded), Eritrea.
Fotografia di Giorgio Chiozzi

Prossimamente ulteriori notizie della nuova spedizione in Eritrea.

giovedì 15 gennaio 2015

Spedizione in Eritrea: Danakilia

La notizia sta girando da qualche settimana nei social network: si è appena conclusa una spedizione in Eritrea alla ricerca di ciclidi del genere Danakilia (di Danakilia dinicolai ne ho parlato in passato) guidata da italiani. Ecco un breve resoconto dall'organizzatore Giorgio Chiozzi.



Un maschio di Danakilia sp. alle prese con il nido.
Fotografia di Giorgio Chiozzi.
"L’organizzazione della spedizione in Eritrea, Paese che da anni frequento per motivi ornitologici, è costata diversi mesi di lavoro “diplomatico” e logistico. Grazie alle ottime relazioni intrattenute con la Forestry and Wildlife Authority e con il Ministry of Marine Resources ho potuto accedere a luoghi interdetti ai turisti con dei permessi speciali. Gianni Ghezzi, titolare di Le Onde di Offanengo (CR) mi ha fornito (e mi fornisce) un’importante sponsorizzazione tecnica. La spedizione ha visto la partecipazione mia (Museo di Storia Naturale di Milano e UniPV), di Mauro Fasola (professore di zoologia all'Università di Pavia), di Eleonora Boncompagni (UniPV) e naturalmente di Anton Lamboj (UniVIE), che ho coinvolto per avere un avvallo autorevole alla spedizione, ma che subito ha chiesto di poter partecipare di persona e che ben volentieri abbiamo accettato nel gruppo per la sua nota competenza. Della spedizione facevano parte, per gli eritrei, Futsum Hagos (Forestry and Wildlife Authority of Eritrea), un giovane biologo di nome Haile Hailemical che sta svolgendo il suo National Service presso il Ministry of Marine Resources e Michael Kalaeb responsabile del settore ambientale della South Boulder Mines che scava potassa nella Depressione Dancala eritrea.


La foto di gruppo della spedizione.
Da sinistra a destra: Haile Hailemical, Michael Kalaeb, Mauro Fasola, Eleonora Boncompagni e Anton Lamboj.
Accovacciato al centro Giorgio Chiozzi.


Sono arrivato in Eritrea il 22 dicembre per organizzare la logistica della spedizione, mentre gli altri sono arrivati nella prima mattinata del 27 dicembre. Immediatamente siamo partiti da Asmara il 27 dicembre e siamo rimasti nella Depressione fino al 31 dicembre con l'intenzione di visitare cinque località, tra le quali la località tipica di Danakilia dinicolai (il lago Abaeded), scoperta dal mio amico fraterno Giuseppe De Marchi nel 1998 il quale purtroppo non ha potuto venire in Eritrea per motivi personali. Alla fine siamo riusciti a visitarne solo tre, in due della quali abbiamo trovato delle Danakilia e in tutte e tre degli Aphanius. Ci è subito apparso evidente che le Danakilia delle due località sono diverse dalla D. dinicolai e che probabilmente si tratta di tre entità tassonomiche diverse. Ora sono in corso studi morfologici e genetici per studiarle in rapporto alle specie già note: D. franchettii e D. dinicolai. Non escludiamo la possibilità che si tratti di due nuove specie del genere Danakilia.

Uno scorcio del fiume Shukoray dove è stata raccolta la Danakilia sp. ritratta nella precedente immagine. 
Fotografia di Giorgio Chiozzi.

Le località di raccolta, delle pozze d’acqua debolmente alcalina, salmastra e dura con una temperatura tra 25,5-30,5 °C, rimaste dopo le piene dei fiumi, sono il fiume Shukoray e il fiume Gali Colluli. In una terza località, il fiume Sariga, dove si dava per certa la presenza di Danakilia per le osservazioni fatte dagli amici eritrei, non abbiamo trovato ciclidi, forse a causa di una piena piuttosto violenta. A Sariga abbiamo trovato solo degli Aphanius. Ho in progetto di tornare in Eritrea con De Marchi tra pochi mesi per cercare di raggiungere Lake Abaeded e andare oltre, in zone inesplorate dal punto di vista ittiologico."



Stay tuned.


giovedì 20 settembre 2012

Ci vediamo a Faenza?

Sabato 22 e domenica 23 sarò a Faenza all'annuale Congresso dell'AIC (Associazione Italiana Ciclidofili). Qui trovate il link al programma che ha come ospite principale Benoit Jonas. Sabato alle 17.30 presenterò una versione aggiornata de La storia dell'acquariofilia che includerà anche la situazione italiana a partire dagli anni '70 fino a quella attuale passando attraverso l'associazionismo e l'era di internet. Vi aspetto. La partecipazione é libera e aperta anche a chi non é socio.


giovedì 19 gennaio 2012

Esploratori ritrovati


Un gruppo di femmine e giovani di Xenotilapia boulengeri a Gombe.

Puntuale come un orologio svizzero, mentre leggevo sospirando Esploratori perduti, l'amico Miles Parisi ha prenotato i biglietti per un nuovo viaggio in Africa, stavolta sul lago Tanganica. Lo sconforto di non poterlo accompagnare è stato minore del solito (mi sono consolato con i fontanili invernali). Delle circa 1000 fotografie che ha scattato mi ha spedito quelle che ritraggono i pesci che più hanno caratterizzato questo blog negli anni passati, le grigie Xenotilapia. Inutile dire che nel lago hanno un altro fascino.


Una coppia di Xenotilapia leptura


Xenotilapia flavipinnis a Jacobsen. In secondo piano una femmina in incubazione orale.


Xenotilapia ochrogenys a Jacobsen


Grammatotria lemairii

domenica 8 gennaio 2012

L'Africa minacciata


È disponibile il volume sulla biodiversità delle acque dolci africane (per scaricarlo basta aprire questo link) redatto dall'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura. Con una copertina del genere non rischia di passare inosservato. Vi trovate molto di quello che è passato sul blog: laghi di cratere, Tilapia, la decimazione dei ciclidi del Lago Vittoria, i pesci delle rapide. Si tratta del resoconto di alcuni gruppi di lavoro che hanno analizzato le minacce alla biodiversità delle acque dolci africani concentrandosi su alcuni gruppi di organismi indicatori. Tali gruppi hanno incluso pesci, molluschi acquatici, damigelle e libellule (gli Odonati), granchi e piante acquatiche. Ad una rapida occhiata, le minacce alla biodiversità non sono molto diverse da quelle che l'Europa sta affrontando: inquinamento, captazione e incanalamento delle acque, disturbo ambientale, pesca eccessiva, transfaunazioni (lo spostamento di specie autoctone in aree estranee), deforestazione, sedimentazione, distruzione degli habitat... Alla fine tutto il mondo è paese.

lunedì 4 ottobre 2010

Gioielli dall'altra Africa: Hemichromis

Coppia di Hemichromis letourneauxi
Fotografia di Mario Trioli

Sul mio faccialibro arriva di tutto, ittiologicamente parlando. L'altro giorno mi è stato chiesto come conservare un pezzo di pinna per un'analisi molecolare. Si tratta di una coppia di Hemichromis letourneauxi raccolta in Etiopia (nei pressi di Gog, non lontano da Gambela, zona occidentale dell'Etiopia verso la frontiera con il Sudan) il cui DNA potrebbe servire a Anton Lamboj. A questo punto ho chiesto le fotografie ed una la vedete in apertura.
Per ora non sono colorati come potrebbero esserlo degli Hemichromis guttatus o dei cristatus o dei lifalili, ma chissà cosa ci riserva il futuro.

Hemichromis guttatus selvatici provenienti dalla Nigeria
Fotografia di Paolo Salvagiani

La bella notizia è che Anton Lamboj sta lavorando ad una revisione del genere. Non è un segreto che vi siano due grandi gruppi di Hemichromis: i pesci gioiello e quelli a cinque macchie. I primi sono caratterizzati da una macchia nera sull'opercolo e spesso anche da un'altro sul peduncolo caudale. In molte specie vi è anche un'ulteriore macchia a metà corpo. Il secondo gruppo possiede una livrea giallo-brunastra con un ocello scuro sull'opercolo e 4-5 macchie sui fianchi. Il casino tassonomico si ha nei pesci gioiello. Sono infatti quelli più variabili, l'ultima revisione seria è datata 1979 e si hanno a disposizione pochissimi dati sulla loro distribuzione. Ad aggiungere carne al fuoco si è messo anche il mercato acquariofilo che è stato invaso da numerose forme che hanno ricevuto improbabili nomi commerciali.
Da giovane, ai tempi in cui girando per negozi milanesi chiedevo i nomi di tutti i ciclidi esposti, – la risposta più precisa era spesso "Si chiamano ciclidi" tutti i pesci gioiello erano chiamati Hemichromis bimaculatus. Ormai è abbastanza chiaro che questo ciclide è stato importato molto raramente. È giunto il momento di progredire.

Per chi fosse interessato all'hobby di conservare parti di pinne sappiate che val la pena farlo solo con individui selvatici, che la pinna deve essere messa in alcool a 90° e che andrebbe prelevata con un elettrobisturi per non stressare eccessivamente l'animale. Tanto per metterla sul personale nuovamente sappiate che in cantina ho una discreta collezione di pesci selvatici conservati in alcool. Si tratta di ciclidi del lago Tanganica che qui non nomino perché alcuni conoscenti potrebbero togliermi il saluto data la rarità delle specie. Mi serviranno per iniziare finalmente il mio viaggio nella sistematica dei ciclidi e mi furono portati direttamente dal lago alcuni anni fa da un amico. Grazie.
Un grazie a Gianni Ghezzi per avermi segnalato questi pesci e a Mario Trioli e Paolo Salvagiani che mi hanno fornito le fotografie di questo post.

Update: Anton Lamboj mi ha scritto che dalla fotografia questi esemplari potrebbero essere Hemichromis guttatus e che il loro ritrovamento così a est è davvero interessante.

martedì 17 agosto 2010

Breaking News: la spedizione in Congo di Melanie Stiassny... in un click

Giorni fa nel Percomorfo si parlava di ittiologi ed internet e in particolare di blog. Aggiorno la discussione citando il blog che la Dott.ssa Melanie Stiassny sta tenendo sul New York Times della spedizione in corso sul fiume Congo. Qui trovate il link. Non so quanto la Stiassny sia solita utilizzare il web e probabilmente il blog fa parte di un contratto di sponsorizzazione della spedizione, ma volete mettere.

Melanie Stiassny
© American Museum of Natural History

Melanie Stiassny, curatrice di ittiologia di una delle più grandi collezioni di pesci al mondo (si parla del Museo Americano di Storia Naturale) si è occupata spesso di ciclidi e numerose descrizioni di specie di questa famiglia la vedono come autrice (la prima specie che ho presentato quest'anno, Ptychochromis ernestmagnusi, tanto per rimanere nel 2010). Sicuramente questa spedizione porterà alla scoperta di nuove specie, ma in attesa di nuove aggiornamenti sto godendo della lettura del blog e delle relative fotografie: mi sembra di essere in pieno '800 quando i tropici erano terre vergini, perlomeno dal punto di vista naturalistico, e soprattutto quando solo dopo un viaggio ai tropici, preferibilmente dopo aver letto Alexander von Humboldt, potevi dirti naturalista.

sabato 31 luglio 2010

Mexico!


Se non avete possibilità di viaggiare (non tutti possiedono l'intraprendenza di Enrico!), ma morite dalla voglia di osservare i ciclidi in natura, non rimane che acquistare un buon DVD. Sul mercato non c'è molto e quasi tutto è prodotto da appassionati. Oggi vorrei consigliare Mexico di Willem Heijns di recente uscita. Heijns, qui trovate un'intervista che dà un'idea del personaggio, non è nuovo a imprese del genere dato che in passato ha pubblicato un DVD sui ciclidi dei laghi di cratere del Nicaragua. Per capire di che qualità siano i filmati di questo ultimo lavoro ne ho riportati alcuni tratti dal suo canale che trovate in youtube (ecco qua il link).








Nel DVD sono presenti filmati per un totale di cinquanta minuti che mostrano molte specie di ciclidi messicani nei loro ambienti naturali, soprattutto durante il periodo riproduttivo. Vi trovate per esempio il noto comportamento di stirring (un genitore si intrufola nella sabbia per alzare il detrito di cui si potranno cibare i piccoli). Seguendo il menu vi è la possibilità di scegliere che località volete visualizzare in modo fornire uno spunto se desiderate ricreare in acquario un particolare biotopo (ammesso che il concetto di biotopo vi sia caro, dato che non per tutti è così). Tra le località più famose presenti nel DVD cito: Tamasopo, Cuatro Ciénegas, Media Luna, Cenote Azul... Non cercate informazioni su specie, parametri chimico-fisici o altro. Non ve ne sono, ma per noi ciclidofili è già molto quanto c'è.

mercoledì 24 febbraio 2010

A proposito di viaggi

L'amico Stefano Valdesalici è tornato da poco dallo Zambia dove ha potuto bagnarsi nelle acque del lago Tanganica e soprattutto scoprire una nuove specie di Nothobranchius. Complimenti.

Ndole Bay, Zambia.
Fotografia di Stefano Valdesalici

sabato 6 febbraio 2010

Il senso di inferiorità

Lorenzo Bardotti "al lavoro" nelle acque dell'Uruguay


Per chi come me è cresciuto negli anni '80, il senso di inferiorità nei confronti degli acquariofili stranieri era palpabile. Si compravano riviste con articoli tradotti dal tedesco, si acquistavano accessori per l'acquario di marca tedesca o francese, si compravano libri scritti in altre lingue o al meglio tradotti, si partecipava a seminari dove l'ospite era lo straniero che aveva viaggiato ai tropici. Da allora di strada ne è stata percorsa e gli italiani hanno compreso che anche a loro è permesso viaggiare. A titolo di esempio ricordo alcuni amici che hanno "osato" esplorare i luoghi di cui avevamo sempre e solo letto: Francesco Zezza (Amazzonia e lago Malawi), Enrico Cattani (le località che ha visitato sono troppe per poter essere ricordate qui, mettetevi nei segnalibri il suo blog e ne vedrete delle belle), Leonardo Plinio Denti (lago Tanganica) ed Antonello Perino (Uruguay). Se dimentico qualcuno scusatemi. In questi giorni un gruppo di italiani sta esplorando l'Uruguay (Lorenzo Bardotti, il suo Apistoblog lo trovate nel mio blogroll o cliccando sul suo nome, e Marco La Volpe) e questo post è il mio augurio di buon viaggio!

Marco La Volpe

Una serie di immagini di individui del genere Gymnogeophagus.

Gymnogeophagus sp.

Gymnogeopagus sp. "ex meridionalis"


Gymnogeophagus balzani

Ed una serie di Crenicichla.

Crenicichla vittata

Crenichla sp. gruppo saxatilis


Uova di Pomacea sp.

PS: per coloro che avessero la malsana idea di chiedersi se il vostro ciclidofilo divagatore preferito abbia mai viaggiato all'estero alla ricerca di pesci sappiate che la risposta è no! Fino ad ora non ho ancora avuto il "grande" viaggio di iniziazione che ha marcato la vita di tanti naturalisti (ecco i miei idoli di riferimento: Alexander Von Humboldt, Charles Darwin, Ernst Haeckel) e la mia esperienza si è consumata prevalentemente nelle acque della bassa pianura bergamasca o milanese. A questo, ahimè, allude il titolo...

Tutte le fotografie sono di Lorenzo Bardotti e Marco La Volpe che ringrazio per la generosità dimostrata!


venerdì 7 agosto 2009

Torbiere d'Irlanda


Nelle due settimane di vacanza in Irlanda ho avuto modo di osservare e visitare le torbiere. Se qualcuno volesse conoscere meglio questo ambiente consiglio di scaricare il volume della serie Quaderni Habitat dedicato alle torbiere montane edita dal Ministero dell'Ambiente o di dare un'occhiata a wikipedia per una presentazione generale (qui e qui). Ho potuto quindi osservare massicce fioriture di erioforo (Eriophorum angustifolium, Common cotton-grass il nome comune inglese) e vaste distese di drosera (Drosera rotundifolia, round-leaved sundew in inglese). Qualcuno che ha maggiore familiarità con l'ambiente irlandese liquiderà queste due piante come specie molto comuni, ma io trovo che la relativa diffusione che le caratterizza non mina il loro valore conservazionistico.

Eriophorum angustifolium, in torbiera irlandese





Drosera rotundifolia, in torbiera irlandese.

Termino questo succinto report con una piccola nota. A causa dell''inquinamento la drosera rischia di perdere la caratteristica che più la contraddistingue: una pianta carnivora può, infatti, smettere di essere carnivora. La carnivoria è una strategia che risponde alla cronica mancanza di azoto tipica di certi ambienti che viene sopperito attraverso la cattura di insetti. L'essere carnivori richiede tuttavia energia che viene sottratta alla crescita delle foglie e delle radici. E qui sta l'inghippo. Nei periodi di "vacche grasse" le piante carnivore si dedicano a condurre una vita che potremmo considerare più tradizionale per una pianta (produrre massicce quantità di clorofilla, sviluppare foglie che fotosintetizzino efficacemente e radici che ancorino saldamente al terreno) dismettendo tutto il necessario per catturare e digerire una manciata di incauti invertebrati. Attualmente la maggior parte delle torbiere soffre di eccesso di azoto dovuto alla fertilizzazione dei campi coltivati e le piante carnivore cercano di adattarsi alle nuove condizioni. Se fossi un insetto probabilmente tirerei un sospiro di sollievo, da essere umano innamorato della diversità della vita invece temo di perdere l'opportunità di continuare ad osservare uno stile di vita che dura da oltre 125 milioni di anni.

Tornando a pensieri più ameni vi avviso che su youtube ho inaugurato il canale Mahengechromis (magari verrà utile prossimamente). Il battesimo è avvenuto con un video di una rigogliosa fioritura di erioforo ripresa in una delle torbiere che ho visitato. Buona visione.




venerdì 30 gennaio 2009

Sette ragioni per viaggiare

Ho conosciuto molti acquariofili viaggiatori: Jean-Claude Nourissat, Patrick de Rham, Heinz Büscher, Ad Konings, Uwe Werner, Heiko Bleher, Anton Lamboj, Philippe Hotton. Sicuramente ne dimentico qualcuno e spero che, se sta leggendo questa pagina, non se la prenda. Anch'io da sempre ho desiderato viaggiare alla ricerca di ciclidi, ma fino ad ora non mi è stato possibile e quindi mi limito ad ascoltare avidamente, con un po' di invidia lo riconosco, i loro resoconti. Poche volte tuttavia ho sentito porre loro la domanda: "Perché viaggiate?". In questi giorni leggendo la biografia del grande biologo Ernst Haeckel curata da Robert J. Richards mi sono imbattuto in un paio di pagine che riportano i motivi per cui Haeckel intraprendeva estenuanti viaggi nei paesi tropicali, ormai ultrasessantenne, alla ricerca di nuove specie. Secondo l'autore sono sette e li riassumo brevemente.
1. I viaggi all'estero schiudono prospettive di scoperte improbabili stando a casa. In effetti i ciclidi non sono diffusi nelle acque italiane.
2. Solo imprese di grande difficoltà assicurano notorietà alle proprie scoperte. Come dicono gli americani: no pain, no gain.
3. I viaggi permettono una intensa comunione con la natura. Per un uomo come Haeckel cresciuto in piena epoca romantica, questa ragione assumeva una forza a noi uomini postmoderni sconosciuta. Riconosco comunque che svegliarsi di notte in Africa e trovarsi fuori dalla porta di casa una iena durante una passeggiata assicura una sensazione di unione con le "forze della natura" che è quasi primigenia (mi è successo, ve lo assicuro!).
4. I viaggi assicurano la fuga dalla monotonia e dalle difficoltà della vita quotidiana. Nel caso di Haeckel che ha vissuto una vita famigliare non propriamente serena è un motivo comprensibile, la versione moderna nazional-popolare è la semplice uscita al bar a bersi una birra.
5. Viaggiare con naturalisti (acquariofili, ma non solo) assicura una sorta di cameratismo che rinvigorisce e dà nuovo slancio.
6. I viaggi permettono emozioni solitamente precluse a casa. Haeckel scriveva che a Santa Cruz osservava intorno a sè voluttuose figure di donne con "vulcanici occhi di fuoco". La vita da marinaio ha sempre tentato tutti i giovanotti d'altronde. Essendo una motivazione di scarso interesse acquariofilo non commenterò ulteriormente.
7. I naturalisti si sono sempre ispirati alle grandi imprese dei predecessori. Il giovane Charles Darwin conosceva bene le imprese di Humboldt e Ernst Haeckel stesso era stato ispirato dalla lettura del viaggio intorno al mondo di Darwin e di Humboldt. Gli acquariofili della mia generazione sono cresciuti leggendo di Amazzonia, laghi africani e zone umide asiatiche al punto che una mia conoscente, nativa della Tanzania, si complimentò con me per la conoscenza della geografia della Tanzania, anzi che alcuni luoghi lungo le coste del lago Tanganica non li aveva mai sentiti nominare.

Ernst Haeckel ed il suo assistente Nicolaus von Miclucho-Maclay, fotografati alle Isole Canarie nel 1866. Fotografia da Wikimedia Commons.


Ernst Haeckel era un uomo dell'Ottocento, ma ben poco è cambiato.